Si chiamava come un fiore – Racconto

fioriQuesto racconto rappresenta la descrizione di un desiderio carnale e insieme romantico ed è anche il ritratto di un’atmosfera della mia giovinezza, ma soprattutto è un idea di erotismo che non è maschile ne’ femminile. Per questo mi è sembrato particolarmente interessante, in un contesto dove l’erotismo si esprime spesso in modo manicheo ( cosa piace ai maschi, cosa vogliono le donne e così via). Enjoy

Storia di una dea

Io me la ricordo bene, lei. Aveva i capelli lunghi fino al sedere, un po’ mossi e color castano scuro, come il cioccolato fondente. I suoi occhi erano ardenti, di lava nera, lucidi e scintillanti. Ti guardava sempre un po’ beffarda, come se ti avesse sorpreso con la patta aperta. Aveva il naso affilato e il collo lungo, bianco latte. Era magra e non aveva mica le tette grosse, eh, però lo stesso mi facevano impazzire, appena accennate sotto la canotta attillata. Quei capezzoli ritti desideravo succhiarli, come i ciucci di zucchero che mi facevo regalare da bambino – li compravamo nella bancarella – e se mi stancavo di succhiare davo brevi leccate veloci per lappare via il dolce. Impazzivo per la sua  pancia liscia, con l’ombelico che usciva fuori, appena un po’ sporgente, decorato da un piercing con la pietra brillante, appesa all’anellina. Spesso indossava jeans attillati mentre la guardavo camminare con le sue amiche. D’estate si andava tutti in una discoteca all’aperto, la Baita, dove pestavamo la ghiaia per ore solcando i percorsi segnati per farci ammirare dalla ragazza o dal ragazzo dei sogni. Io me ne stavo spesso appollaiato sopra una grande fontana di pietra, da dove osservavo il passaggio fumando una sigaretta dietro l’altra con un cuba libre in mano. Mi divertivo a commentare le divise  dei bulli e delle donne fatali, i primi con le catene a decorare i fianchi stretti e gli anfibi neri, le seconde con le cosce abbronzate e le caviglie spesso gonfie sotto cascate di profumi dolci mescolati alle volute di fumo che uscivano dalle labbra truccate.

Una sera la vidi e anche lei portava la gonna corta: era una mini in jeans sfrangiata sui bordi e sopra indossava una canotta nera senza il reggiseno. Scesi in pista solo per guardarla ballare, con gli amici che ridacchiavano per la mia improvvisa intraprendenza danzante. Il dj suono’ prima i Ramones e poi i Clash, “Should I stay or Should I go” che era proprio quanto mi stavo chiedendo anche io. Così accennai un pogo poco convinto nella speranza di sfiorare la pelle di lei, appena un po’ arrossata dal primo sole – era ancora presto per le vacanze lunghe al mare.
Che mi importava dell’orgoglio? Le chiesi il suo nome, e si chiamava come un fiore, a dispetto di quegli occhi che generavano tifoni e tempeste di sabbia. Dopo un breve preambolo capii che le andava di fumare così ci allontanammo giù  nel parco in cerca di un pratino accogliente. Mentre rollavo la canna lei mi parlava di musica, i Doors, i Led Zeppelin , i Pink Floyd e quando spiegava muoveva i piedi e le mani all’unisono come una direttrice d’orchestra.
Forse esagerai col fumo, perché lei, finita la canna, allungo’ braccia e gambe e si corico’ sull’erba. “Chiudo un attimo gli occhi, ti dispiace?” Per nulla, risposi, e nell’attesa rullai un altro joint e intanto mi godevo la vista e pensavo alle sue mutandine. Le indosserà, mi chiesi. Ma certo, mi risposi, mica sua mamma la manda in giro senza. Improvvisamente, senza pensare oltre, infilai la mano sotto la gonna. Lei russava leggermente, strafatta. Ravanai per trovare un appiglio nel pizzo ma infine dovetti usare entrambe le mani per sfilare via la refurtiva. Rimisi la gonna al suo posto e mi levai di torno. Non volevo lasciarla sola in quel prato, addormentata come Biancaneve. Mi nascosi dietro un pino e la sorvegliai in attesa che si riprendesse. Passarono venti minuti, poi si alzo’ a sedere, si stropicciò gli occhi, controllo’ il contenuto delle tasche e se ne andò a cercare le sue amiche. Io corsi a casa e trascorsi la notte immerso nel profumo della sua impronta sul pizzo, e a quella seguirono notti indimenticabili.
Ancora oggi, quando la incontro per strada – ha tre figli ora, ma è sempre sinuosa come una gazzella, coi capelli corti, e’ più pratico – mi domando se si ricorda di me. Negli anni non ci siamo mai più incrociati per motivi famigliari o per lavoro ma una volta ogni tanto la vedo da lontano e sorrido pensando a lei che non sa ancora se quella volta dimentico’ di indossare le mutande o se il deficiente che faceva le canne pesantissime gliele rubo’. Fatto sta che mai ebbe il coraggio di affrontare una conversazione così scabrosa con uno pronto a negare qualunque addebito. Ebbene, io lei me la ricordo ancora, dura e morbida come un sasso di fiume e nel ricordo godo ancora, e di questo la ringrazio infinitamente.

 

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