Non esiste buon sesso in letteratura senza buona letteratura

melograno

Ho spesso cercato il buon sesso nella letteratura. Per curiosità, per imparare le tecniche, per acquisire un vocabolario, per scoprire cosa c’è dietro tanta agitazione. La pornografia non funziona, o meglio, non è classificabile come buon sesso. Il porno va bene per l’eccitazione, ma è come scatenare la fame diffondendo aroma di pane appena sfornato nell’impianto ad aria condizionata: se è ora di pranzo tutti si precipitano al bar per divorare un tramezzino in piedi. Questa è la pornografia: togliersi l’appetito riempiendo la pancia con la prima cosa che capita, nutrirsi al fast food, bere roba gasata e troppo dolce, per poi stupirsi che la pancia è cresciuta e il livello di colesterolo si è alzato.

Cercando il buon sesso in letteratura mi sono imbattuta precocemente in un romanzo americano pubblicato nel 1941: Le mele d’oro di Marjorie Kinnan Rawlings, che scrisse anche Il cucciolo, libro per cui vinse il Pulitzer e che fu trasformato in un film con Gregory Peck. Nelle Mele d’oro si racconta della dura vita nella frontiera, tema ripreso anche nel romanzo vincitore del premio. Nella vita di frontiera non c’è spazio per le frivolezze dell’amore romantico. La ragazza protagonista resta incinta, presto mette su famiglia e la mia mente di adolescente fu colpita dall’ineluttabilità del sesso nella vita di coppia ma soprattutto dalla potenza del desiderio sessuale, che tutto travolge in un ambiente scarno fino alla quintessenza. Nel libro il desiderio sessuale è descritto come una forza animalesca, che non è diminuita dalle convenzioni sociali e dalle regole della buona società. I protagonisti del libro sono coloni, semplici contadini che fanno sesso come lo fanno le loro bestie chiuse nelle stalle, così come intuivo doveva essere il “vero” sesso. Inutile sottolineare che questa consapevolezza mi veniva dall’idea di sesso che l’autrice con grande perizia riusciva ad evocare, senza bisogno di lanciarsi in descrizioni naturalistiche o in dialoghi realistici.

Anche ne L’amante di Lady Chatterley la nobildonna protagonista, sposata a un baronetto paraplegico e impotente, fa sesso con il guardacaccia e ne trae colpevole godimento. La differenza tra i due romanzi risiede essenzialmente nel punto di vista. Il primo, scritto da una donna, trasmette in poche righe e in rari passaggi la vastità e la profondità del desiderio femminile. Dal secondo, scritto da un uomo, trapela soprattutto il gusto per la trasgressione e la gioia del dominio (dell’uomo sulla donna). Tutto molto interessante, ma niente che si potesse usare perchè funzionasse.

Anche in Giacomo Leopardi c’è molto sesso. E’ un sesso non scritto, non consumato, ma continuamente presente, distillato nei versi e impresso nella carne sofferente del poeta. Giacomo è costretto da una vita di reclusione e dalle convenzioni borghesi a reprimere il proprio immenso desiderio che esplode fuori dalla sua penna per dare corpo a ritratti immortali di donne non fatali, e forse nemmeno belle, ma di certo bramate con tutto il cuore e con tutta l’anima. Giacomo, grazie.

(foto di Samay Bhavsar)

 

 

 

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