LA PROVA COSTUME

verandaMarkGrafton Foto di Mark Grafton

Non c’è gusto in Italia a essere sé stessi. Ci provano sempre a sminuirti. Con l’estate poi, tutto precipita, e basta un cono gelato consumato furtivamente sotto il getto dell’aria condizionata a farci sentire, in una parola, grassi.

C’è chi addirittura si considera OBESO ma sono spesso esagerazioni, percezioni distorte di menti bombardate dalla pubblicità dello yogurt lassativo  e dalle inquietanti apparizioni della soubrette cadavere tenuta insieme con il biadesivo.

Nei mesi estivi tocca spogliarsi e non c’è niente da fare. Il riscaldamento globale non ci dà scampo e almeno le braccia cellulitiche bisogna mostrarle. Si possono quasi ignorare i piedi tozzi racchiusi nei sandali da frate, le estremità laccate separate da fragili infradito, le caviglie gonfie incorniciate da vani orli rassegnati. Ma è chiaro che la leggera inquietudine quotidiana che invita a rifuggire gli specchi e ogni superficie riflettente della casa, si trasforma in autentico orrore quando diventa palese che i vecchi costumi con l’elastico smollato non si possono più indossare senza vergogna, ed è veramente giunto il momento di varcare la soglia del negozio e comprarne uno NUOVO.È a questo punto che da un angolo remoto del cervello  affiora la domanda metafisica: ma perché le cabine prova dei negozi di costumi sono illuminate come docce abbronzanti o meglio come bare verticali? Perché non mettere candeline dell’Ikea qua e là o decorazioni natalizie a corrente alternata? Sarebbe molto più caritatevole e soprattutto aumenterebbe i profitti. E invece dall’alto piove una crudele luce gelida che si posa sulle cellule adipose rimodellandole in eccesso, mentre il riverbero dello specchio a distanza ravvicinata rimanda l’immagine di solchi imprevisti, false pieghe e cunette scomposte, in un paesaggio lunare di avvallamenti e altipiani che non servirebbe mappare, poiché da un anno all’altro le missioni spaziali sono eliminate per mancanza di fondi e di motivazione.

E fin qui abbiamo esaminato la prova. Ma la parte peggiore è senz’altro il costume, composto da striminziti pezzi di stoffa malamente assemblati, nodi precari che si intrecciano di fianco, di dietro, di sopra, di sotto, costringendoci a dolorose contorsioni nella cabina bara, dalle claustrofobiche dimensioni. Altri costumi invece sono trappole che spingono, strizzano e segano la carne, separano ovvero uniscono senza alcuna pietà estetica o necessità funzionale. Vogliamo parlare delle fantasie? Animalesche, metalliche, provenzali o glitterate, sono un trionfo dell’isteria stilistica e della pochezza simbolica. Pensando che poi tutto questo drappeggio affastellato e tristemente decorato sarà visto muoversi con tremante cadenza col rischio di mutarsi in una saltellante danza disperata a contatto con la sabbia rovente, allora si potrà dedurre che la prova costume è realmente una fatica emerita che incrina l’anima e riduce la sensibilità, procurando indelebili ferite psichiche e un inesorabile assottigliamento dell’intelletto ambivalente.

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