C come scrittore

A photo by Teddy Kelley. unsplash.com/photos/81eM-GGHll4

(foto di Teddy Kelley)

Chi come me ama la scrittura che scintilla nel buio e ti resta attaccata alla pelle per ore, a volte per giorni, dovrebbe prendere in considerazione due scrittori con la C maiuscola: Carver virgola Raymond e Checov virgola Anton. È facile, anche perché sugli scaffali delle librerie si trovano uno dopo l’altro, seguendo l’ordine alfabetico ma anche quello cosmico, poiché Carver considerò Checov un maestro. Entrambi furono autori di racconti, una forma letteraria che ha avuto alterne fortune editoriali ma che in molti considerano la forma suprema della narrativa.

Per ora mi limiterò a parlare di CARVER virgola RAYMOND (U.S.A.1938-1988), un autore capace di scavare nell’anima come pochi altri, per due buone ragioni: perché l’anima non se la vendette mai, e perché l’anima di Carver era così sottile che non interessava a nessuno, tranne che alla sua donna, certamente non al suo editor.

Candidamente, Carver ammette di aver scritto in prevalenza racconti e poesie perché non aveva abbastanza tempo per comporre romanzi, attività che richiede costanza e applicazione continua. È proprio il tempo ciò che spesso manca agli scrittori, poiché solo pochi scrivono per professione mentre la gran parte deve anche guadagnarsi il pane in altri modi. Manca in particolare il tempo buono, quello che non sfugge tra le dita, il tempo del silenzio carico di nuvole gravide di parole che sgorgano da una fonte inesauribile che sfocia proprio dietro la nuca. Quel tempo lì non basta mai, perché viene impiegato a sbrigare le faccende necessarie: lavorare per vivere, scopare per piacere, accudire i figli, fare la spesa, guidare l’auto. Carver non lo ammette mai esplicitamente, ma i figli per lui furono soprattutto un impedimento. Quello che i figli dicono, quello che non dicono, le loro vite su cui non hai il controllo ma che ti devi comunque accollare, le loro pretese, i loro fottuti vestiti da lavare, quanto ti costano, i figli.

« Devo dire che l’influsso più grande sulla mia vita, e sulla mia scrittura, è venuto, direttamente o indirettamente, dai miei due figli – spiega Carver – Sono nati prima che avessi vent’anni, e dal primo all’ultimo giorno che abbiamo vissuto sotto lo stesso tetto, circa diciannove anni in tutto, non c’è stata una singola zona della mia vita nella quale il loro pesante, talora malefico influsso non sia arrivato. »

Carver esce fuori da un sacco di cose difficili: una famiglia precoce, un padre depresso, la necessità di sbarcare il lunario, il fallimento del suo primo matrimonio, l’alcolismo.

Carver ne esce con la pelle lucida e scintillante di un bel pesce grasso, come quelli che pescano i suoi personaggi. Ne esce vivo e gocciolante, pronto a ributtarsi in acqua e nuotare ancora e ancora, per l’eternità.

Perché il tempo è eterno, leggendo Carver, o forse non esiste più.

Leggendo Carver, il tempo può contrarsi o espandersi, durare un pomeriggio o trent’anni, un minuto o una vita intera. Questo tempo che non sappiamo dire, né pensare, Carver lo dipinge come un quadro di Hopper, lo pennella con una mano mentre nell’altra stringe il filtro di una sigaretta accesa.

Il tempo di Carver è contenuto in un bicchiere con ghiaccio, e lo sorseggi pian piano, ne versi ancora un po’ mentre chiacchieri col te stesso che eri, con chi non sarai mai, con quello che vorresti essere.

Carver dà il ritmo alla vita, e ognuno di noi dovrebbe almeno intuirlo questo ritmo. In qualche modo. Da qualche parte. Per qualunque motivo.

Lorenza Ravaglia

N.B.

Einaudi ha ripubblicato i racconti di Carver nella stesura originale dell’autore, e coi titoli da lui scelti, al netto dei copiosi tagli realizzati dal suo editor storico Gordon Lish, nella vulgata che tutti conoscevamo.

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