La vera storia di Cenerantolo

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Questa è una storia sportiva, ma anche epica, nel senso di punica. Cioè no, volevo dire panica. Insomma qui si parla di atleti, di guerrieri e di scontri duri e sanguinosi…

Qui si parla di RUGBY.

I rugbisti non sono mica come i calciatori, tutti depilati e decorati come carta da parati, pieni di frasi  celebri e cuori trafitti e ideogrammi giapponesi e nomi di figli in caratteri gotici tatuati sulle chiappe.

I rugbisti sono uomini veri, anche quelli che giocano nei pulcini e hanno 6 anni appena compiuti. Uomini veri si nasce e i rugbisti, modestamente, lo nacquero.

I rugbisti non si pettinano continuamente specchiandosi nei vetri in plexiglas del campetto, non portano creste ossigenate e non esibiscono ginocchia depilate. I rugbisti indossano le loro cicatrici con orgoglio e mettono i caschetti in testa mica perché gli donano, ma per non perdere anche gli utlimi brandelli di lobi delle orecchie che ancora gli restano.

I rugbisti non frequentano i parrucchieri per signora dove si pagano profumatamente tinte e colpi di luce e tagli scolpiti resi luccicanti dal gel a profusione, ma portano barbe incolte e capelli lunghi oppure rasature militaresche.

I loro unici accessori ornamentali sono gli inestetici paradenti che li fanno sembrare sdentati o i famosi caschetti protettivi che susciterebbero ilarità se non fossero indossati da energumeni più larghi che alti.

Dopo una meta, i rugbisti non si mettono il dito in bocca né si alzano la maglia per mostrare la tartaruga e altri animaletti da compagnia, ma esultano virilmente falciando il prato con la pancia, e arando le zolle con il mento, meglio ancora se c’è un pò di fanghiglia mista a neve, perché il loro divertimento preferito è rotolarsi e insudiciarsi ben bene, altrimenti non si spiegherebbero molte cose. Le madri e le mogli dei rugbisti sono tutte esperte di lavatrici e di asciugatrici e sono tutte azioniste di Procter and Gamble, data la quantità di detersivo consumata pro capite.

Ma non divaghiamo.

Quella che si racconta qui è la storia di un rugbista un po’ anomalo.

Il suo vero nome era Antongiulio, dai due nomi dei nonni così non litigavano. E già partiamo male. Perché il rugbista DOC si chiama Mario, Sergio o Leonardo, a esagerare Tommaso. Se proprio vogliamo lanciarci in una botta di vita Marco, Giovanni o Luca, che erano pur sempre evangelisti, insomma un po’ dei rivoluzionari. L’allenatore non sapeva mai se chiamarlo Antonio o Giulio, perché il nome intero gli pareva oggettivamente troppo lungo(“Antongiulio copri la fascia! Antongiulio aiuta i compagni! Antongiulio cosa ti avevo detto?!!!”), e quindi non lo chiamava praticamente mai.

Il nostro eroe aveva un’altra caratteristica che peggiorava le cose: era magro, esile e molto pallido e le rare volte che prendeva la palla veniva subito placcato e sommerso da avversari e compagni che si contendevano la palla nella ruck, che sarebbe quella specie di mischia che si forma intorno alla palla placcata. Neanche la sua mamma era in grado di ritrovarlo. L’unico modo per capire la sua posizione in campo era ascoltare il caratteristico rantolo che il ragazzo emetteva dopo alcuni minuti, qualcosa come “cccchhhhhcccchhhiiiiuuuggggh”. Allora i piloni e tutti gli altri si spostavano un pochettino e sotto la palla c’era lui, in posizione più che fetale, spermatozoica.

Per questo dopo pochi mesi dall’inizio del campionato il giovane atleta fu soprannominato Cenerantolo, per gli amici Cene.

“Cene! Va a riempire le borracce, che io l’ho già fatto tre volte!”

“Cene! Prestami i tuoi parastinchi, che non trovo più i miei!”

“Cene! Vai a prendermi il caschetto che è finito nella pozzanghera!”

“Cene, porta la piazzola a chi deve calciare la trasformazione!”

Visto che Cene era il più basso e il più leggero l’allenatore non sapeva mai se impiegarlo come ala o come mediano, certo non come centro e tanto meno come pilone. Nel dubbio non lo metteva quasi mai in campo se non negli ultimi 5 minuti quando la partita era già decisa, in un senso o nell’altro.

Cene era considerato un po’ come la mascotte e un po’ come il grande motivatore, perché amava così tanto il rugby che non si lamentava mai e con un sorriso sbrigava i suoi compiti, incitava i compagni e aveva sempre una parola di incoraggiamento e una battuta allegra per tutti.

Cene aveva appeso alle pareti della sua cameretta le foto delle nazionali più forti: oltre alla sua Italia, c’erano anche l’Inghilterra, il SudAfrica e la Nuova Zelanda e aveva imparato a memoria i passi della Haka, la danza tipica dei Maori resa celebre dagli All Blacks, la nazionale neozelandese, e la ripeteva ogni sera prima di dormire invece delle preghiere, che gli conciliava il sonno. In bagno, invece dello specchio, teneva la foto di Martín Castrogiovanni, nella speranza, un giorno, di svegliarsi in un corpo che fosse almeno il doppio del suo.

Le settimane passavano e gli allenamenti si susseguivano, e ogni domenica la sua squadra giocava senza che Cene mettesse mai piede in campo da titolare.

“Alenatore, ma oggi neanche un minuto?” chiedeva Cene, speranzoso, ma l’allenatore, per tutta risposta, temporeggiava.

“Più tardi, Cene, più tardi…”

Eh, già. Era una vita dura, perché Cene sapeva di potere dare tanto al sua squadra, molto più di quello che gli era consentito, ma Cene non si scoraggiava e aveva fede. Sapeva che il rugby è uno sport per uomini che non mollano mai, e lui, a suo modo, non intendeva mollare.

Finchè non arrivò il momento del derby.

La squadra di Cene giocava contro la rivale storica, la città gemella al di là del fiume.

I nostri vestivano divise a righe bianche e blu orizzontali, loro erano bianco-rossi.

I tifosi affollavano gli spalti e nessuno fiatava.

Faceva freddo e una leggera nebbiolina imperlava l’erba e le ciglia delle signore presenti.

Loro partirono forte con un calcio di punizione e la trasformazione di una meta.

I nostri accusarono il colpo, mentre Cene correva da una parte all’altra in preda al panico.

Avrebbe voluto essere punico, epico, caucasico, geronimo. Mentalmente ripassò i passi dell’Haka.

I nostri riuscirono a reagire trovando cinque preziosi punti e infilarono anche la trasformazione. Dall’eccitazione Cene cominciò a saltare sul posto, calciando le poche stentate margherite che avevano sfidato il rigido clima marzolino.

“Fffffffff – soffiò Cene-unggghiuuummmmbkkk- rantolò ancora.

L’allenatore cominciava a innervosirsi. Il derby stava prendendo una piega balorda. I nervi erano tesi e l’arbitro tremebondo tendeva a comminare punizioni estreme per falli veniali.

Loro risposero con un’altra micidiale meta e anche qui un po’ di speranza mancò.

Cene friggeva.

“Cccccccccc- ngngngngngggghhh –rantolò ancora, e l’allenatore si allontanò di qualche metro per non strozzarlo con le sue mani.

Quando ormai i tifosi temevano il peggio, uno dei nostri fu lucido nel tuffarsi sul pallone calciato contro un palo da un avversario e schiacciò in meta proprio alla base dell’asta. Il pubblico esplose compostamente in un muto delirio trionfante.

Cene aveva ormai scavato una buca sul posto a forza di pestare e stava arredando il tunnel. Il nostro uomo questa volta trasformò, e sul 15 a 14 per gli avversari fu costretto ad abbandonare tristemente il campo per un grave infortunio, accompagnato da un “oooooooo” di sconforto.

Era il quarto a farsi male e l’allenatore si grattò vigorosamente in direzione sud a scopo scaramantico.

Si guardò intorno per le sostituzioni.

Non c’era più nessuno.

Guardò e guardò, spingendo lo sguardo fino alla panchina avversaria e oltre.

Ma per quanto si guardasse intorno, l’allenatore non vedeva più nessuno.

C’era solo Cene all’orizzonte, dritto e smilzo come un asparago, che mostrava le sue ginocchia appuntite ricoperte di crosticine vecchie.

“Io, io, io, io – squittiva Cene, accompagnando il suono con saltelli sperando che il movimento fosse notato.

Finchè l’allenatore non riuscì più a rimandare e spedì Cene in campo.

I nostri lottavano e si dannavano all’attacco costringendo gli altri a perdere l’uomo migliore per giallo. A un certo punto sulla nostra offensiva capitò di tutto, e l’arbitro decise di concedere una punizione dentro i 22 avversari.  Il gioco era fermo e gli avversari stavano 10 metri indietro. Il capitano doveva decidere se giocare la palla per andare in meta e prendere 5 + eventualmente 2 punti oppure fare un calcio di punizione a gioco fermo per tentare di prenderne 3, scelta più intelligente ma di grande responsabilità per chi calciava.

A questo punto tutti i ragazzi guardarono in basso. Il capitano guardò e guardò, spingendosi oltre, fino alla squadra rivale, senza incrociare nemmeno un paio d’occhi conosciuti, oltre il suo orizzonte.

Tutti i tifosi sugli spalti inspirarono, ma nessunò esalò. Anche se la partita si giocava all’aperto, sembrava che mancasse un po’ l’aria.

Cene alzò la manina per proporsi e il capitano decise di lasciarlo calciare.

Se sbagliava tanto peggio, tanto lui sbagliava sempre, una più, una meno che differenza poteva fare? Se invece  Cene avesse segnato i due punti, beh, il capitano avrebbe fatto un figurone e si sarebbe attribuito ogni onore.

Fra la disperazione dell’allenatore e la silenziosa agonia del pubblico, Cene si diresse a grandi passi verso il pallone.

Cene non ci stava dentro. Prese un respirone e si gonfiò tutto.

Sistemò con cura la palla sulla piazzola.

Si avvicinò alla palla.

Mancavano due secondi alla fine ed erano sotto di un punto.

Ogni persona del pubblico fermò il respiro sul bordo delle narici e proseguì inalando dalle orecchie ed esalando anche no.

Cene si prese il tempo e lo spazio, caricò il destro ed espirò con calma. Poi inspirò e sparò il pallone dritto e alto in mezzo ai pali, e calciò così forte che anche la sua scarpa destra volò insieme con la palla ovale in cielo e ricadde rimbalzando sul campo.

Il panico si impadronì di lui e Cene strizzò forte gli occhi per non vedere e si coprì le orecchie per non sentire. Poi si girò di centottantagradi e corse con una scarpa sola fino a casa senza neanche passare dagli spogliatoi.

Quando la mamma lo vide non gli chiese niente. Ascoltò il suo lieve rantolo provenire da dietro la porta del bagno e fece i consueti sei lavaggi della divisa e dei calzettoni senza fare una piega né fare domande.

Intanto la squadra di Cene festeggiava la vittoria. Tutti facevano salti e capriole e ci fu un’invasione di campo.

Il derby era vinto! Le ragazze distribuivano baci ma tutti cercavano il trasformatore fuggito.

“Come si chiama? Dobbiamo ritrovarlo!” disse l’allenatore raccogliendo da terra la scarpa puzzolente e tutta sporca di fango che aveva segnato il punto della vittoria.

“Il suo nome è Cene!” risposero i ragazzi.

“Ma che Cene e Cene, idioti! – disse l’allenatore – Non vi ricordate nemmeno che è solo un soprannome che voi gli avete dato! Che gli dei del rugby possano fulminarmi se ho mai visto un calcio così preciso e potente! Trovate l’altra scarpa e troverete lui. Vi do ventiquattrore di tempo, o siete fuori!”

La mattina dopo i ragazzi portarono a scuola la scarpa infangata. Erano grandi grossi e di solito gentili, ma quel giorno non avevano tempo per i convenevoli. Ogni studente che incontravano lo agguantavano senza troppi preamboli e gli strappavano la scarpa destra per provargli la scarpetta fangosa e sudaticcia.

In pochi minuti la terrificante puzza di piedi era tale che tutti i professori smisero di far lezione e uscirono allarmati pensando a una letale fuga di gas. Le studentesse corsero a rifugiarsi nei bagni e le bidelle si aggiravano per le classi passando il lysoform su ogni superficie, compresi i libri di testo.

I ragazzi ormai disperavano di ritrovare Cenerantolo, quando improvvisamente sentirono un suono familiare provenire da dietro la porta chiusa della seconda B.

La prof incalzava.

“Savioli, che fa? Si giustifica?

“unggghiuuummmmbkkk” sentirono distintamente.

“cccchhhhhcccchhhiiiiuuuggggh” ancora udirono, e a quel punto ogni dubbio fu vano.

I ragazzi spalancarono la porta e si precipitarono verso la cattedra come se dovessero allestire una mischia. Portarono fuori l’uomo tenedolo alto sulla testa, neanche fosse una palla ovale.

Poi lo depositarono delicatamente su una panca in corridoio, gli tolsero la scarpa destra e gli infilarono la scarpetta fangosa.

Calzava perfettamente!!!

“Cene, ma perché sei scappato? Grazie al tuo calcio abbiamo vinto il derby e adesso l’allenatore ti vuole come titolare!”

“Perché, perché…-rispose Cene, mentre il suo volto si apriva in uno dei suoi bei sorrisi – ve lo devo proprio dire?

“Sìììì”- risposero in coro.

“Ecco allora, mi…mi…mi scappava la cacca!!!”

Tutti scoppiarono a ridere dal sollievo e da allora Cene non lasciò mai più la sua maglia da titolare e dopo pochi mesi gli crebbero anche i muscoli e prese dieci centimetri in altezza.

E vissero tutti felici e …puzzolenti!

FINE

7 pensieri su “La vera storia di Cenerantolo

  1. Demonio ha detto:

    Wow…forte sta storia! Comunque a parte le cose che hai detto c’è una cosa che non sopporto dei calciatori più di ogni altra cosa! Passi per i capelli, le veline, il fighismo ma quando rotolano per terra frignando e contorcendosi perché appena sfiorati ecco…li prenderei a calci sui denti. Un tempo non erano così. Poi…boh…non so cosa sia successo fatto sta che preferisco guardare volley femminile e motogp e se capita, pur non conoscendo le regole, mi vedo pure il rugby!

    Piace a 1 persona

      • Demonio ha detto:

        Infatti ai miei tempi si giocava in strada o in campi improvvisati e per farsi male ti dovevi davvero far male! Tipo mr che mi ruppi il polso ma prima di andare al prontosoccorso la partita la volevo finire! Infatti non son diventato calciatore! 😂😂😂

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