La strega Piccolina

bimbaKimDaniel

Qualche minuto fa, in un mondo di traverso e in un tempo di tre quarti, esisteva un bosco fatato, abitato da draghi accendigas, folletti aspira tutto, gatti senza baffi ma con novanta code, fate zebrate e marinate, giraffe di zucchero ed elefanti nani.

Nel bosco fatato abitava anche una bambina molto sfortunata, contemporaneamente orfana, emarginata e senzatetto. Essendo risaputo che nei luoghi fatati non esistono assistenti sociali o centri d’accoglienza, la bambina era quindi costretta a cavarsela da sola in questa condizione di estrema sventura. La bambina non aveva né madre né padre, né nonno né nonna, era inoltre priva di cani, gatti o altri animaletti domestici tipo criceti o pesci rossi, e non aveva neanche vicini di casa, poiché nessuno osava avvicinarsi alla casa della bambina, per paura della maledizione che incombeva sulla dimora. La maledizione stabiliva che chiunque fosse entrato – uomo, donna o animale – sarebbe morto di lì a poco colpito da fulminante malattia degenerosa. Durante il breve decorso della malattia la persona era preda di violenti conati di vomito verde, perdeva denti, capelli e altre estremità e velocemente si decomponeva fino a somigliare ad un mucchietto di sabbia per gatti. La casa era stregata da quando la Strega Piccolina aveva bussato alla porta. La nonna, che era un po’ sorda, e non per colpa sua, non aveva aperto subito la porta. Fu così che la Strega Piccolina, una creatura irabonda oltre che irruttibile, aveva scatenato la sua vendetta sulla casa, sterminando tutti i suoi abitanti. Soltanto la bambina, che a quell’ora si trovava a scuola, si salvò dall’incantesimo, e questo significa che tanto sfortunata non era, facendo i conti alla fine senza l’oste. A causa dell’increscioso e malaugurato equivoco, la bambina era costretta a dormire ogni notte sullo zerbino fuori dalla porta, in balia del maltempo e degli uccelli sporcaccioni che cagano in testa alle bambine addormentate. Dopo qualche giorno, stanca di andare a scuola con i funghi nelle orecchie, che crescevano belli grossi nell’umidità della notte, e nell’impossibilità di cibarsene, la bambina decise di andare a chiedere consiglio alla madre di tutte le streghe e le fate del bosco incantato, la strega Meringa.

Meringa era una strega molto materna e simpatica, e se poteva darti una mano, te la dava. Quando vide la bambina, Meringa le offrì un bicchiere di latte e zenzero caramellato e ascoltò a lungo le sue lamentele.

“Mia cara bambina – rispose infine – La Strega Piccolina, suscettibile com’è, si è molto offesa. Devi chiedere a lei come fare per rimediare, in modo che tutto ritorni alla normalità e tu possa riavere la tua casa”.

“E tutti gli altri” aggiunse la bambina.

“E tutti gli altri” ne convenne Meringa.

La bambina si recò senza ulteriori indugi presso la dimora della Strega Piccolina, che abitava in una profonda buca arredata con cura vicino allo stadio del gioco della palla pazza.

Quando la bambina arrivò, la Strega Piccolina era impegnata a fare giardinaggio, si occupava cioè di bruciare col fosforo bianco alcuni impertinenti piante aromatiche che si ostinavano a prosperare nei pressi della sua buca.

“Buondì” salutò educata la bambina.

“Cosa vuoi, nanerottola?”rispose la Strega Piccolina, che non era famosa per le cortesie.

La bambina restò qualche istante interdetta, perché se l’era immaginata ben diversa, la Strega Piccolina. Pensava che  fosse giovane e inesperta, e che per questo avesse esagerato con le arti magiche, il giorno che aveva sterminato la sua famiglia. Invece la Strega Piccolina era vecchia e incartapecorita, curva, ingobbita e ricoperta di crateri come una pista da motocross abbandonata. Brutta e decrepita com’era, la Strega Piccolina prendeva la sua ragione di vita nella sventura altrui, così, tanto per impattare, per un senso di equa ingiustizia. Ma sapeva anche essere magnanima.

“So perché sei qui – disse la Strega alla bambina – Mi ricordo di te, sei quella che non ha aperto la porta.”

“Ma, eccellentissima, io ero a scuola, se no avrei…”

“See, see, dicono tutti così – la interruppe la Strega Piccolina – e intanto mai una volta che si riesca ad ottenere una tazza di caffè dai vicini, sempre impegnati a fare altro! L’ospitalità è sacra! Dovresti saperlo!”

“Sissignora, mi chiedevo per l’appunto come liberare la mia casa dalla maledizione.” Venne al dunque la bambina.

“Oggi mi hai incontrato in un momento di relax. Ti dirò cosa fare.”

La bambina esultò in cuor suo, forse troppo presto.

“La maledizione sarà dimenticata se supererai tre prove di coraggio. La prima: dovrai prendere il thè dalle crudeli sorelle Pinguine. La seconda: parteciperai al reality Felici, e dovrai vincere la gara di canto. La terza: dovrai uscire viva dalla grotta Ricotta.”

“Ma è impossibile!” Protestò la bambina, in preda allo sconforto.

“Niente è impossibile, volere è patire, pensa composit.” Rispose la Strega Piccolina e sparì nel suo buco seguita da una malvagia risata di scherno.

Sopraffatta dall’enormità delle prove, la bambina tornò dalla Strega Meringa in cerca di conforto.

“Mia cara, le prove sono davvero terribili, da sola non ce la puoi fare – fu l’incoraggiante commento di Meringa – Ma se accetterai da me in dono questo piccolo aiuto, forse avrai una remota possibilità di sconfiggere la cattiva Strega Piccolina.”

Meringa si avvicinò alla bambina e le porse un cestino che conteneva tre mele, una gialla, una verde e una rossa.

“Serviti di queste mele magiche per superare le prove, e che la scorza sia con te!” Meringa la benedì e ritornò alle sue occupazioni.

La bambina, con le sue mele, si incamminò presso il luogo della prima prova. Le sorelle Pinguine abitavano in una radura nel bosco, nella casa di marzapane. Dai tempi remoti di Hansel e Gretel la casa negli anni non aveva perso il suo fascino e anzi il suo valore era aumentato, grazie ad una sapiente ristrutturazione, a cura dei migliori pasticceri in circolazione. La casa era dotata di una splendida veranda di biscotto farcito alla crema e ricoperto di cioccolato fondente. In mezzo al giardino sorgeva un pozzo di sciroppo d’acero e arance candite da cui si attingeva in quantità un ottimo rhum cubano. Infine le sorelle avevano fatto costruire un delizioso gazebo di cioccolato bianco e scaglie di mandorle tostate, dove erano solite trascorrere i pomeriggi d’estate.

La prova consisteva nell’uscire da quella casa senza avere toccato cibo. Era noto infatti che se il malcapitato ospite accettava di mangiare anche solo un cioccolatino, le sorelle Pinguine lo costringevano ad ingurgitare cibo finchè non gli scoppiava il fegato. Il fegato grasso veniva poi venduto per essere esportato e mangiato in forma di paté nei migliori ristoranti di lusso.

La bambina, che aveva un gran fame, poiché da giorni si nutriva soltanto di fiori e di bacche, si chiese come avrebbe resistito a tanta abbondanza di meravigliose leccornie. Lasciò il cestino fuori dal recinto della casa e portò con sé soltanto la mela gialla, quella che sembrava la più grossa e sugosa.

Quando le sorelle Pinguine aprirono la porta, non credevano ai propri occhi. Era proprio una bambina del bosco incantato! Di recente avevano bussato alla loro porta solo stranieri smarriti e profughi inveleniti.

“Benvenuta, bella bambina!” dissero, entusiaste, in coro “Possiamo offrirti una tazza di thé?”

“Sono qui per questo” rispose la bambina che, entrando nella casa di marzapane, calpestò pavimenti di pane cotto al forno e sedette sulle sedie di riso soffiato aromatizzato al miele d’acacia.

Le sorelle Pinguine pesavano circa seicento chili in tre, ma nonostante questo furono agili e veloci nel trasportare dalla cucina al salotto enormi cabaret di paste farcite alla panna e alla nutella, chilometri di tartine prosciutto e formaggio, uova e salmone, salame e maionese, vassoi giganti composti da mosaici di patatine, snack al formaggio e polentine fritte.

“E il thé…?” Suggerì timidamente la bambina, che stava morendo dalla voglia di azzannare le tartine al salame.

“Arriva subito!” cinguettarono all’unisono le sorellone, senza smettere di esibire scatole di cioccolatini assortiti, plum cake alla frutta, torte nuziali e panettoni salati. Detto fatto, le Pinguine riemersero dalla cucina spingendo tre carrelli carichi di bibite gassate, sciroppi di frutta, spremute zuccherate e cioccolate calde con panna.

Infine servirono alla bambina la tazza di thè richiesta.

“Zucchero?”

“Miele?”

“Sciroppo d’acero?”

“No – rispose la bambina – grazie, lo prendo senza niente. Ma prima vorrei andare in bagno.”

“Che tesoro! Va a vomitare!” disse la prima Pinguina.

“Ma se non ha ancora toccato cibo!” sbottò la seconda.

“Va a prepararsi per l’abbuffata” sentenziò la terza.

La bambina si chiuse a chiave e, in preda ai morsi della fame,  divorò la mela gialla.

Quando fu di nuovo in salotto, sorbì educatamente il suo thè, facendo molta attenzione a non sbocconcellare il tovagliolo, fatto di sottile ostia di pane dolce.

“Grazie mille – disse infine, alzandosi in piedi – Siete state veramente molto ospitali. Spero di rivedervi ancora.”

E mentre le sorelle Pinguine la chiamavano disperate dalla porta, la bambina se la svignò velocemente, lontana da quel giardino straripante di caloriche delizie.

Il set della trasmissione Felici, il reality più seguito dagli abitanti del bosco incantato, si trovava qualche chilometro a sud della casa di marzapane. Scopo del programma, condotto dalla famosa show girl Luana Fintapelle, era di proclamare un vincitore assoluto che umiliasse pubblicamente gli avversari dopo aver dominato la gara del giorno. Il vincitore poteva dichiarare davanti alle telecamere: “Sono felice perché voi avete perso e io no! Sono felice perché io ho vinto e voi no! Io sono un vincente, voi siete delle schiappe!” e così via.

Semplicissimo e di grande effetto. Tutti gli abitanti del bosco incantato desideravano partecipare, ma le probabilità di essere umiliati in bosco visione erano altissime.

La bambina, che non aveva niente da perdere, portando con sé la mela verde, si presentò all’ingresso e chiese di iscriversi alla gara di karaoke.

“Puoi scegliere la canzone da cantare – l’informò la segretaria di produzione – Vince la puntata chi si esibisce nell’interpretazione più interessante a giudizio insindacabile della signora Luana.”

“Democratico.” Commentò la bambina, appuntandosi il numero di riconoscimento sul vestito.

Tra gli applausi prezzolati del pubblico in studio, apparve sul set la signora Luana Fintapelle, seguita da un codazzo di fanciulle bruttine ma simpatiche e di giovani uomini molto avvenenti ma privi di senno. Luana li intervistava uno per uno.

“Come ti chiami?”

“Ce l’hai il piercing sull’ombelico?”

“Hai letto il Codice Da Vinci?”

“Qual è la tua squadra di calcio del cuore?”

In base alle risposte Luana decideva se ammettere il candidato alla gara del giorno.

La bambina diede le seguenti risposte.

“Come ti chiami?”

“Martina Gelatina.”

“Ce l’hai il piercing? “

“Sì, ma il grasso lo ricopre.”

“Hai letto il Codice?”

“In lingua originale con i sottotitoli in gallese.”

“Squadra di calcio?”

“Borussia Dortmund.”

Ammessa, non si sa come, al gioco, la bambina si trovò circondata dagli altri concorrenti, tutti fasciati in attillate tutine di colori pastello e con la scritta Felici sul sedere. Anche la bambina sarebbe stata lieta di indossare una tutina, ma nessuno le propose l’affare. Tutto quello che ottenne fu una maglietta bianca con la pubblicità progresso “Se bevo non guido”.

La gara ebbe inizio. La signora Fintapelle introduceva ogni concorrente con grandiose presentazioni.

“Ed ecco Stefania Girella, bellissima e bravissima, che ci canterà la canzone di Lara Pancini “Se fosse amore sarebbe bello”. Partì la base musicale e Stefania cominciò a dimenarsi con grazia nella sua tutina, maneggiando con maestria il microfono e ancheggiando provocante.

“Vi presento ora Turi Torrone, atletico ballerino di fila, che si esibirà quest’oggi nella magistrale interpretazione di “Se mi lasci è uguale” di Julio Jelado .” Torrone partì in quarta, accennando passi di salsa uruguayana e maracuja venezuelana.

Infine giunse anche il turno della bambina.

“Signore e signori, Martina Gelatina” fu la sintetica introduzione.

La bambina si schiarì la voce, provò il microfono e si presentò.

“Buonasera a tutti, sono qui per esibirmi in un numero mai visto prima. Indovinate un po’: che canzone sto cantando?”. Dopo aver suscitato la curiosità della platea e il disappunto della signora Fintapelle, che si sbracciava in direzione del direttore di sala, facendo segno di tagliare, la bambina estrasse dalla tasca la mela e se la ficcò in bocca.

In sottofondo si udì l’attacco di una famosissima canzone dell’ancor più noto cantante Aureliano Cerbottano.

La bambina cominciò a gorgheggiare.

“A-u-vooo, i bo-me-i-o è obbo a-u-voo e uggo em-meee / Mi aio –io i o a-e-e ù i-oe e-a iii eee/ E a-io-ia io a-i a-i eddo i e-no e ve-io ve-io a eeeeee…I e-no ei de-i-ei, ei mei pe-iei ai-go-daio aaaa….!”

Fu un’apoteosi, si scatenò il delirio. Il pubblico impazzito faceva la ola e acclamava la bambina.

“Mar-ti-na, Mar-ti-na!” Ci fu un’invasione di palcoscenico e la bambina venne portata in trionfo fuori dagli studi, mentre Luana Fintapelle, imbarazzatissima e furente, fu costretta a proclamarla vincitrice contro ogni pronostico  e soprattutto contro la propria volontà.

Quando la folla fu dispersa grazie all’intervento della forza pubblica, che sparò alcuni lacrimogeni e somministrò generose mazzate agli entusiasti, la bambina riprese il suo cammino e si preparò ad affrontare l’ultima e decisiva prova: la discesa nella terribile grotta Ricotta.

La grotta Ricotta era il covo degli elfi Tagliatesta, i crudelissimi abitanti del cuore nero del bosco incantato. Il cuore nero del bosco si trovava proprio al centro dei luoghi fatati, nell’oscuro nulla che mette in fuga il pensiero, quando resta solo la paura.

La grotta Ricotta era circondata da altissimi alberi e da fitti rovi selvatici, infestati di insetti urticanti. Per arrivare alla grotta occorreva attraversare una palude di sabbie mobili sormontata da un sottile ponticello di bambù costruito dagli elfi. La grotta era stata chiamata Ricotta perchè, quando pioveva, l’antro si riempiva in breve tempo di fango bianco e schiumoso che finiva per soffocare chiunque avesse la sventura di trovarsi nei paraggi. Solo gli elfi, ghiotti di melma collosa, sopravvivevano alla marea schiumante e nauseabonda, essendo in grado di inghiottirne una quantità incalcolabile. Un tempo la grotta veniva utilizzata per condannare a morte pericolosi inquisitori di streghe, persecutori  di maghi e negatori di fate e folletti, ma poi, con l’invenzione di Internet, si preferì spedire i criminali nel deep web con una semplice notifica. Dispersi nell’universale nulla cibernetico, finivano come morti.

Nonostante fosse decaduto il loro ruolo di carcerieri, gli Elfi Tagliatesta erano rimasti nella grotta, e, generazione dopo generazione, custodivano il segreto del cuore nero, nascondendo ai boschivi la recondita natura malvagia dell’incantevole luogo avito.

La bambina, che conosceva bene crudeltà, ingiustizia e solitudine, attraversò il ponticello di bambù cercando di non guardare in basso, dove una poltiglia verde marrone l’aspettava, impaziente di inghiottirla fino all’ultimo ossicino. Mentre guardava il mare limaccioso, la bambina pensava alla strategia che avrebbe adottato con gli elfi, ma si rese ben presto conto dell’inutilità di elaborare qualunque piano di attacco o di difesa. Non appena fosse entrata nella grotta, gli Elfi le avrebbero mozzata la testa, e questo era tutto. Così, stretta nel pugno la sua ultima mela, quella rossa fiammante, si apprestò ad introdursi nell’orrenda grotta, senza nemmeno l’ausilio di una torcia o di un semplice accendino.

Alla grotta si accedeva attraverso un lungo e stretto cunicolo, dove la bambina camminò, completamente al buio, per una buona mezzora. Le pareti del budello trasudavano siero di fango acido e la bambina sentì che fuori dalla grotta si stava preparando un temporale: i tuoni squarciavano l’aria umida, attutiti dalle spesse pareti che circondavano l’orrido buco. Ci mancava solo l’acqua pensò, desolata, la bambina, che sperava di morire in fretta, e senza troppi indugi, per mano di un elfo tagliatore di teste e che le fosse risparmiato il supplizio della ricotta assassina. Finalmente il corridoio ebbe fine, e la bambina si ritrovò tutta sola al centro della grotta che era fiocamente illuminata da una feritoia alta una ventina di metri. La bambina estrasse la mela rossa, pensando così di addentare la sua ultima cena.

La bambina sentì un urlo primordiale scuotere le pareti della grotta Ricotta e improvvisamente si avvide che il luogo era stipato di piccole creature di colore giallastro e col muso tutto grinzoso.

“BIANCANEVE!”

Una delle creature si avvicinò alla bambina che riusciva a malapena a distinguerne i contorni nel buio.

“Biancaneve, sei proprio tu? Sei venuta a liberarci, finalmente!”

Il portavoce degli elfi spiegò brevemente alla bambina che da secoli gli Elfi Tagliateste attendevano l’arrivo di Biancaneve, una grassa bambina bianca con una mela rossa in mano, che li avrebbe liberati dalla schiavitù e condotti fuori dalla grotta.

“Ma bando alle chiacchiere, Biancaneve!”Ammonì il capo degli Elfi “ fra poco si scatenerà un temporale, e non è salutare che ci si trattenga in questo posto quando piove. Facci uscire tutti da qui!”

Biancaneve fece dietrofront e si affrettò a ripercorrere il cunicolo a ritroso, seguita da un esercito di piccoli elfi che si occupavano di mangiare il fango che già cominciava ad ostruire il cammino. La ricotta era quasi all’altezza delle narici della bambina, quando finalmente riuscì a vedere la luce esterna che brillava in fondo al tunnel. Biancaneve percorse l’ultimo tratto a stile libero, ma infine fu fuori, sana e salva benché ricoperta di uno spesso strato di formaggio giallastro e acido. Ma per fortuna stava piovendo! Grosse gocce d’acqua si rovesciarono copiose sui capelli e sul corpo della bambina, lavando via da lei la schifosa ricotta. La bambina spalancò le braccia e rivolse il viso al cielo, si fece un piccolo shampoo neutro biologico ed infine esplose in una gran risata. Era pulita adesso, aveva superato le tre prove, era libera dalla maledizione, ma soprattutto era VIVA!

Si guardò intorno e vide che i ripugnanti elfi, a contatto con l’acqua e con la luce del giorno si erano trasformati in dolci scoiattoli, deliziosi leprotti e bellissimi uccellini che ora circondavano la bambina facendole festa. Un uccellino azzurro con la testina gialla si posò sopra la spalla della bambina e avvicinò il becco al suo orecchio.

“Grazie Biancaneve per averci liberato dalla maledizione della Strega Piccolina.”

“Anche voi siete sue vittime!” Si stupì la bambina.

“Sì, ma adesso la Strega ha finito di nuocere, non tornerà più.”

“Come puoi esserne certo?” chiese lei.

“Vedrai che ho ragione, chiedi alla Strega Meringa.”

E volò via.

Che smacco per la maledetta Strega Piccolina, piccola come le sue vendette, cattiva come i suoi pensieri, meschina come i suoi desideri.

La bambina corse via senza fermarsi e arrivò correndo fino alla sua casa. Dal camino usciva di nuovo il fumo, c’erano lenzuola appese ad asciugare in giardino, sui davanzali erano posati vasi di fiori.

“Mamma, mamma!” gridò la bambina precipitandosi dentro casa.

“Bentornata tesoro! Il pranzo è quasi pronto”. Disse la mamma sorridendo e aggiunse: ”Oggi abbiamo un’ospite di riguardo, la carissima Strega Meringa.”

La bambina constatò che tutto era tornato al suo posto: il nonno che curava le aiuole in giardino, la nonna seduta davanti al fuoco, il gatto acciambellato al sole, il cane che abbaiava nell’orto,  il papà che ritornava dal bosco con un cestino di funghi in mano.

La strega Meringa strizzò l’occhio alla bambina.

“Ciao cara, ti ho portato un regalo!”

“Oh, grazie! E che cos’è?” chiese la bambina.

“Torta di mele, so che ti piace!”

“Ne vado pazza!” rispose la bambina.

“Ma che ne è stato della nostra comune conoscenza, la strega Piccolina?” si informò poi la bambina, per maggior sicurezza.

“Oh lei … – rispose Meringa – ha fatto una visitina alle sorelle Pinguine, e, sai com’è, ha fatto indigestione di nutella, una gran brutta fine…”

E Meringa posò sulla tavola una scatoletta di latta con su scritto “Paté

“Oggi a me, domani paté”. Sentenziò la bambina e aggiunse: “Che si mangia di buono? Ho una fame!”

2 pensieri su “La strega Piccolina

  1. gianni ha detto:

    Sei tra i tanti (troppi) blog che sto trascurando perché mi capitano poco sottomano (logiche di WordPress dannazione) ma mi riprometto di leggere i tuoi post e rimettermi in pari!

    Mi piace

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