NEL PIANETA DELLE MAGRETTE

funny-entries-wildlife-photography-awards-2016-6jpg2Quando la dolce Amina eseguì l’ammaraggio sul nuovo pianeta che aveva puntato da qualche giorno, si accorse in breve che qualcosa non andava.

La navicella sprofondò in una nuvola soffice che ricopriva la superficie del corpo celeste. Anche visto da lontano il pianeta mostrava un aspetto bizzarro: la sua forma non era sferica o ellittica e nemmeno tetraedrica, ma somigliava a un disco piatto, a una padella senza il manico, a una crepe Suzette ma senza il Grand Marnier.

La nuvola, di colore giallo ocra, possedeva una consistenza al tatto che ricordava lo zucchero filato, anche se era di gran lunga più fragile e meno appiccicosa. Questa patina filamentosa ricopriva tutto, e nascondeva parzialmente alla vista una miriade di pertiche che spuntavano fuori dal terreno come palme infestanti.

Amina cercò di spazzar via con le mani lo zuccheroso ciarpame, e curiosa ne portò alla bocca un pezzettino. Lo sputò subito fuori, perché sapeva di cerume e mentre si sfregava la bocca con la punta delle dita per cacciar via il disgusto, vide una figurina sottile che avanzava lentamente, a salti, aggrappandosi alle pertiche.

Benché in presenza di gravità, la figurina oscillava e fluttuava come se si trovasse sulla cara vecchia Luna, o dispersa nello spazio profondo, sempre sul punto di volare via.

Quando arrivò nelle sue vicinanze, Amina porse il braccio alla silouette, che pareva bidimensionale, una sagoma ritagliata da un cartoncino.

Sulla manica della tuta di Amina si materializzarono cinque dita adunche, di colore giallastro. Amina seguì il corso dell’arto che si sviluppava come un tralcio di vite e si saldava ad una spalla ad angolo acuto, a sua volta appesa ad uno sterno procace. Più in basso vide un paio di anche che sporgevano da un bacino incuneato tra due arti inferiori dalle rotule importanti. Più in alto Amina vide due zigomi puntuti, sormontati da fosse oculari in cui si poteva sprofondare.

Vincendo lo sconcerto, Amina le parlò.

“Mi chiamo Amina. Vengo in pace, sono una terrestre e cerco un luogo dove trovare rifugio per me e per le mie sorelle. Tu sei femmina?”

“Che domande? Non si vede forse? Sono una Magretta” rispose fiera l’evanescente creatura, ricoperta da drappi trasparenti, appena sufficienti a velare il busto e il pube.

“Ehm, scusami tanto, ma non si capiva, cioè io non lo avevo capito, c’è troppa nebbia qui”.

“Mica è nebbia, è la colazione – rispose la silfide.

“Cioè vi mangiate questa roba? Ma fa schifo!”

“Se fosse buona ne faremmo scorpacciate, non credi?”

Tenendosi saldamente aggrappata alla manica con una mano, l’essere allungò un dito ossuto dell’altra e sfiorò la guancia di Amina.

“Ti farebbe bene stare un po’ qui con noi – disse – butteresti giù tutti quegli antiestetici cuscinetti di grasso che ti appesantiscono la linea.”

Il dito ossuto sembrava allungarsi sempre più mentre lei percorreva il corpo di Amina seguendo una linea immaginaria. Le toccò il seno destro e poi quello sinistro.

“Ti potresti liberare di quelle due pendule sacche di lardo e di quelle orrende chiappone intrise di cellulite – continuò artigliando un fianco di Amina, che d’istinto scrollò l’avambraccio con violenza per liberarsi dalla presa.

L’essere, come fatto di anti-materia, si librò nel cielo sibilando un fischio simile ad una scoreggia borbottata, quello che producono i palloncini quando li fai sgonfiare all’improvviso. Amina la seguì con lo sguardo, finché non scomparve, poi annusò l’aria che mandava un odore di polvere, misto a muffa stagionata.

“Ho un po’ di appetito – disse ad alta voce – vado a vedere cosa c’è in frigo”.

Girò i tacchi e risalì sulla navicella.

 

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