Il bambino senza peso

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Tutte le sue amiche le avevano raccontato che sarebbe stato tremendo, una sofferenza oltre ogni immaginazione.

Si aspettava il peggio.

In effetti, durante il travaglio aveva sentito molto dolore, almeno quanto una colica renale e un attacco di colite messi insieme.

Quando si erano rotte le acque aveva provato una sensazione insolita: desiderava intensamente muoversi, camminare – addirittura CORRERE e SALTARE – invece la costrinsero a sdraiarsi sul letto. La sala parto era pronta, ogni cosa al suo posto. L’ostetrica le disse che era dilatata a sufficienza e che al suo via avrebbe potuto cominciare a spingere. Si preparò a soffrire come un cane.

“VIA!”

Inspirò a fondo e spinse con tutta la forza che aveva, ma tutto quello che sentì fu il suono di una bottiglia di spumante quando viene stappata.

Udì un grande POP e il bambino fuoriuscì da lei sparato come un proiettile.

Pochi secondi e il neonato era tra le braccia dell’infermiera, che lo posò delicatamente sul seno della madre.

La mamma lo circondò teneramente col proprio corpo e ringraziò il cielo perché il parto era stato facile e veloce, oltre che indolore.

Il piccolo stava bene.

Tutti i presenti dissero che a memoria d’uomo – e soprattutto di donna – non si era mai vista una nascita tanto fulminea. Un vero miracolo, roba da Guinness dei Primati. Poi arrivò in reparto un cesareo d’urgenza e tutti si precipitarono a dare il proprio contributo.

Mamma e bimbo, finalmente soli, dormirono indisturbati per qualche ora, sfiniti e avvinghiati l’uno all’altra in un dolce abbraccio.

Al risveglio, il piccolo succhiò avidamente dal seno di sua madre, poi lei lo posò sul fasciatoio mentre ancora sonnecchiava per cambiargli il pannolino. Era la prima volta e la neomamma cercò di ricordarsi tutte le prescrizioni impartite dall’ostetrica al corso pre-parto. Prima di tutto bisognava cambiare la medicazione del cordone ombelicale. L’ostetrica era stata imperativa: se le mamme non avessero curato bene ognuna il proprio mozzicone, il bambino si sarebbe ritrovato un bruttissimo ombelico! Che responsabilità! E non era niente se si pensava allo sviluppo psichico e cerebrale del neonato, alle capacità cognitive future e alla possibilità di accedere a una prestigiosa università, tutte cose che dipendevano quasi esclusivamente dalle prestazioni materne, secondo i blog e le riviste specializzate in puericultura.

Il cambio del pannolino era solo la prima di un’infinita serie di problemi da risolvere, pensava cupamente la neomamma mentre si chiedeva dove diavolo avesse cacciato il disinfettante che non brucia e le garze sterili. Quando aveva preparato il borsone per l’ospedale, con tutto l’occorrente per sé e il suo bambino, era ancora una panciuta donna che contava solo per uno. In quel momento si rese conto che avrebbe dovuto ragionare per due, ogni giorno della sua vita.

Scacciò quel pensiero e si mise a cercare le garze nel borsone che si trovava dentro l’armadietto di ferro a lei assegnato. L’indagine continuò per qualche istante, finché non si trovò tra le mani una grossa busta di plastica trasparente, piena di flaconi, cerotti e tubetti di creme di ogni genere. Riemerse vittoriosa dall’armadietto e tornò al fasciatoio con la boccetta del disinfettante in una mano e le garze nell’altra.

Giunta a destinazione non volle credere ai propri occhi.

Il fasciatoio era VUOTO.

Lasciò andare ciò che teneva tra le dita e urlò fortissimo.

“AAAAAAAHHHIUUUUUTOOOOOO, AL LADROOOOOO!”

Al suo arrivo, l’infermiera la vide a quattro zampe, che si aggirava carponi come se stesse cercando sul pavimento qualcosa di molto piccolo.

“Che succede qui?” chiese la donna, allarmata.

“IL BAM –BI – NOOO, IL BAM –BIII –N-N-OOO” singhiozzò la madre, incapace di articolare una frase inter.

“DOVE? DOVE?” – gridò l’infermiera –“E’ caduto dal fasciatoio? E dov’è andato a finire?”

“NON – LO – SOOOOOOO” gemette l’altra, in preda alla disperazione.

Passarono alcuni, interminabili minuti. Le due donne, ginocchioni per terra, perlustrarono il pavimento in tutta la sua estensione, guardarono sotto i letti e spostarono i mobili, ma della creatura non c’era traccia.

“Com’è possibile?” continuava a ripetere l’infermiera “Che cosa può essere successo?”.

La madre aveva trovato soltanto la garza e la boccetta di disinfettante e li teneva stretti mentre strisciava sul pavimento con gli occhi pieni di lacrime.

In tutta quella confusione nessuna delle due si accorse del suono che proveniva da un punto della stanza, una sorta di cigolio, un rumore lieve ma costante, che faceva più o meno: “Giiiikkkk – giiiiikkkk”.

Però udirono bene l’urlo della caposala quando fece irruzione nella stanza.

“UUUUUAAAAAAAAAAAHHHHHH”

Le due donne alzarono la testa e si sollevarono in ginocchio per guardare la caposala che indicava un punto sul soffitto, mentre continuava a gridare.

Entrambe seguirono con gli occhi la traiettoria immaginaria tracciata dal braccio teso della caposala. Attraverso le lacrime, la madre vide un bambino, IL SUO BAMBINO, appeso al soffitto come un grosso, grinzoso e roseo ragno paonazzo.

Il neonato fece un po’ di pipì che sporcò il centro della stanza, mentre quelle restarono lì a bocca aperta, paralizzate dalla sorpresa.

Poi la caposala disse:

“Portate una scala! Bisognerà pure riportarlo giù, CAZZO!”

 

*** *** ***

Al bimbo fu dato il nome di Angelo.

La famigliola andò a vivere in una casa piccola ma graziosa, una villetta unifamiliare circondata da un giardino che terminava con un’alta siepe di alloro. I genitori di Angelo abbassarono i soffitti di tutte le stanze della casa con controsoffitti in grado di ridurre la superficie di volo del piccolo. Le finestre, chiuse da sbarre di ferro, furono decorate con delicate tendine che ingentilivano la recinzione.

Nell’intimità della vita domestica, quando al crepuscolo il sole curioso smetteva di illuminare ogni cosa, il piccolo Angelo volteggiava indisturbato nella scatola casalinga, al riparo da sguardi curiosi. Il bimbo si divertiva a fare capriole in aria mentre la mamma era ai fornelli e il babbo preparava la tavola per la cena. Angelo lanciava gridolini di gioia ogni volta che riusciva a capovolgersi con un colpo di reni e sgambettava felice in quota, vestito solo del pannolone e di un body, finché lo assicuravano al seggiolone con le cinghie, quando era l’ora della pappa.

La nonna paterna, una donna ricca di senso pratico, suggerì di foderare i pannolini, rigorosamente in tessuto e fatti in casa, con un doppiofondo riempito di sassolini. Per fortuna Angelo era un maschio, così un rigonfiamento sul davanti non avrebbe dato nell’occhio. I sassolini furono cuciti anche nelle fodere interne delle giacchette e nelle tasche dei pantaloni. Alle scarpine furono applicate solette con un’anima di piombo, a cura di un parente ciabattino, che non era solito fare troppe domande.

Gli anni della prima infanzia di Angelo trascorsero sereni e spensierati, e lui cresceva circondato dall’amore incondizionato di genitori e nonni, che si prodigavano costantemente per diminuire gli ingombranti effetti della bizzarra quanto inappropriata diversità del bambino. Nessuno doveva sapere del segreto familiare, mentre la routine quotidiana assecondava i bisogni di Angelo. Il bimbo non fu mai iscritto all’asilo Nido, né alla Scuola dell’Infanzia, finché giunse il fatidico PRIMO GIORNO DI SCUOLA. La scuola dell’obbligo non si poteva mica evitare. Un’educazione impartita tra le mura domestiche avrebbe solo allontanato il momento della verità per Angelo, e i genitori decisero di non rimandare oltre l’inevitabile contatto con il mondo esterno, con buona pace di tutti.

Gli stratagemmi escogitati da mamma e babbo per dare un “certo” peso al loro bambino e ancorarlo al suolo non erano cambiati. Svariati chili di zavorra non mancavano mai negli indumenti di Angelo, che senza i suoi vestiti aveva l’abitudine di librarsi in volo come un palloncino senza filo né padrone.

I genitori vivevano nel terrore che il piccolo Angelo sfuggisse al loro controllo e si togliesse i vestiti finendo per scomparire nell’orizzonte celeste, dopo un lungo, angoscioso viaggio verso il nulla. L’idea che l’adorato, unico, figlio scomparisse dal loro campo visivo come lo Shuttle in fase di lancio e si disperdesse nell’ozono, era l’incubo che accompagnava le giornate dell’amorevole coppia, soprattutto nei primi anni di vita del bimbo senza gravità. Poi, a poco a poco, il tranquillo ritmo delle cose di ogni giorno prese il sopravvento sull’angoscia della perdita, e la famiglia si rilassò, un sassolino dopo l’altro, tanto che i genitori di Angelo cominciarono a immaginare di poter vivere una vita quasi normale. Fu un breve viaggio, che finì con un brusco ritorno coi piedi per terra, proprio ciò che era impedito ad Angelo dalla natura perversa.

Un giorno, durante l’ora di ginnastica a scuola, ad Angelo fu chiesto di cambiarsi le scarpe e di indossare il paio di calzature destinato alla palestra, zavorrate come tutte le altre. Angelo, accaldato, si era sfilato felpa e maglia con i sassi. Quando tolse anche le scarpe per cambiarsi, il peso dei pantaloni non bastò ad ancorarlo al suolo, e improvvisamente si ribaltò all’indietro: non solo aveva perso l’equilibrio da seduto, come fosse vittima di un grosso capogiro, ma poco dopo la caduta Angelo si trovò sospeso a circa due metri da terra, seguito dagli sguardi stupefatti dei compagni, che non sapevano se ridere, piangere o chiamare la maestra.

“Ma si rende conto?” urlò l’insegnante in faccia alla mamma di Angelo quando fu giunta sul posto. “Avrebbe dovuto informarci! I bambini sono sotto shock, potrebbero non riprendersi mai dallo spavento!”.

La mamma di Angelo era mortificata per il disturbo post traumatico da stress che aveva colpito i compagni del figlio, ma era soprattutto preoccupata per il suo bambino, che improvvisamente e senza alcuna colpa si era sentito diverso, così incredibilmente diverso che al confronto, la bambina cinese appena arrivata da Pechino senza conoscere una parola di italiano era perfettamente integrata nel gruppo classe.

Ad Angelo fu spiegato quale fosse il suo handicap: un’assoluta mancanza di gravità. C’erano altri casi al mondo? No, era l’unico. Esisteva una cura? Ancora no, ma non si poteva escludere che in futuro qualche Nobel per la medicina prendesse a cuore la bizzarra vicenda di Angelo, figlio anomalo di una coppia qualunque, privato dalla nascita della qualità più bistrattata di un essere umano: il suo peso. Tutti sulla Terra volevano perdere peso e nessuno avrebbe avuto compassione per il bambino senza gravità.

Angelo si disperò. Dopo un periodo di mutismo e regressione, in cui smise di parlare e chiese di fare la cacca nel vasino per paura di lasciarla andare nello scarico, Angelo si vide costretto a fare i conti con la sua mancanza di peso. Valutò il problema e concluse che introdurre materia nel suo corpo potesse risolvere il problema: più cibo, più peso, più gravità. Angelo prese a rimpinzarsi di dolci, bevande zuccherate, pane e pasta in quantità, ma ottenne solo una crescita di volume, mentre l’assenza di gravità restò tale quale.

Da palloncino che era, si trasformò in mongolfiera, con l’unico risultato che gli amici lo chiamavano alternativamente “pallone gonfiato” e “palla di lardo”.

 

Una notte Angelo fece un sogno.

Sognò di essere un lombrico e di mangiare la terra e mangiando scavava un tunnel. Nel sogno Angelo scavava e scavava, mangiava terra fino a scoppiare ma non scoppiava, anzi avanzava nel buio, cieco come un verme e pieno come un uovo di fango. Angelo scavava e mangiava e avanzava nel buio senza fine finché il tunnel finì in un buco che diventò azzurro e quel buco era il cielo e Angelo diventò un’ape e volò via.

 

Un giorno a scuola la maestra fu chiamata al telefono durante l’ora di ginnastica. In sua assenza gli altri bambini si avventarono su Angelo e gli tolsero scarpe e vestiti, chi per vedere le sue quattro pance, chi per accertarsi che fosse ancora in grado di volare. Infine tutti gridarono e risero come pazzi, fino al ritorno della maestra, che dovette chiamare i pompieri. I Vigili del Fuoco riportarono a terra Angelo servendosi di una scala altissima, come si fa con i gattini arrampicati sugli alberi.

La mattina dopo i genitori di Angelo caricarono tutti i loro averi sull’auto e si trasferirono in un’altra città.

Nella nuova casa Angelo sognò ogni notte di essere un lombrico e di mangiare la terra, ma prima di riuscire a vedere il cielo si svegliava sempre.

Angelo diventò sempre più triste e ingrassò ancora perché non voleva più uscire e stava tutto il giorno seduto a guardare la TV. Comunicava solo in chat con persone sconosciute che giocavano con lui allo stesso gioco online.

 

Una mattina il padre di Angelo ricevette una mail dal NASA ITCD, Information Technology and Communication Division. Nella mail si invitava Angelo, che aveva da poco compiuto quattordici anni, a far parte di un programma spaziale speciale, riservato ai giovani adulti. I genitori di Angelo chiusero tutti i conti in banca e le utenze, affidarono le piante grasse alla vicina di casa e salirono sul primo aereo per gli Stati Uniti.

Al suo arrivo a Cape Canaveral Angelo fu accolto come una celebrità da un manipolo di cervelloni della NASA, ai quali non pareva vero di ritrovarsi tanta roba per le mani.

In poche settimane il giovane Angelo perse tutti i chili di troppo, grazie a una dieta bilanciata e a un programma di allenamenti mirati a sviluppare muscolatura e resistenza. Il sogno di diventare, un giorno non troppo lontano, l’astronauta più famoso mai vissuto sulla Terra, stava per diventare realtà.

La mamma di Angelo si fece stampare su una maglietta le parole: “VOLA SOLO CHI OSA FARLO”, prese dal libro che lei leggeva sempre al suo bambino quando era piccolo, prima di dormire, “Storia della gabbianella e del gatto che le insegnò a volare” di Luis Sepulveda.

Il babbo di Angelo si rasò a zero i capelli che stava perdendo a ciocche per lo stress e si comprò una motocicletta, di quelle che gli americani cavalcano lungo le piatte distese infinite.

Angelo studiò e si allenò e fece tutte le esercitazioni previste dal programma spaziale.

In pochi anni Angelo fu incaricato di dirigere la prima missione sui Pianeti Gemelli, a 39 anni luce dalla Terra.

Un bel giorno Angelo si imbarcò su una navicella spaziale in partenza da Cape Canaveral. I genitori di Angelo lo guardarono sparire nel nulla, inghiottito dall’azzurro profondo dell’immenso cielo senza confini, là dove avevano sempre temuto che si perdesse, fin dalla sua nascita.

Quando tutto fu finito e la banda musicale smise di suonare l’allegro saluto all’equipaggio, quando Cape Canaveral tornò a essere un luogo silenzioso e appartato, quando le telecamere delle emittenti televisive di tutto il mondo si spensero, il babbo e la mamma di Angelo indossarono il casco, inforcarono la motocicletta e partirono per un lungo viaggio.

Angelo, il bambino senza gravità, se n’era andato e chissà quando sarebbe ritornato sulla Terra.

“Speriamo che telefoni, ogni tanto” disse la mamma.

“Vedrai che lo farà, tranquilla” rispose il babbo, e diede ancora più gas.

 

FINE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A f

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