Altezze

Quand’ero una ragazzina amavo sporgermi e guardare la città dalle altezze.

Salivo sul tetto della mia casa, una terrazza dove albergavano solo i camini e che era circondata da un bordo in cemento e catrame. Io scavalcavo il recinto di metallo, le sbarre mangiate dal vento e dal sole, arrugginite dalla pioggia d’inverno, e mi sedevo sul bordo. Lasciavo cadere le gambe oltre il confine della casa, a circa quaranta metri da terra.

Passavano le ore guardando in basso, le case diventate casette, vedevo appena muoversi in strada le persone che tornavano a casa nella luce crepuscolare del tardo pomeriggio. Lo facevo d’estate.

Vicino all’ora di cena, la colata di catrame, scaldata dal sole, raggiungeva una temperatura gradevole sotto le cosce. La luna transitava pallida sopra la mia testa, non lontana attirava i pensieri sconclusionati e molli.

Osservavo i miei piedi penzolare nel vuoto come se non mi appartenessero. Ero io un vuoto da riempire, appena abbozzata, simulavo drammi che non si lasciavano scrivere, per mancanza di parti e testo.

Il cielo, solo quello, era reale.

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