The Spielberg’s cut

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“The Post”, l’ultimo film dell’imprevedibile Steven Spielberg, è un peana dedicato alle divinità Democrazia e Libera Stampa.

Quando l’unica giornalista donna del Post è incaricata di riferire ai colleghi la motivazione della sentenza della Corte Suprema degli U.S.A., che assolve la redazione del quotidiano di Washington dall’accusa di alto tradimento per avere pubblicato i Pentagon papers, si assiste alla scena più intensa di tutto il film: i giudici sentenziano che la stampa libera deve servire i governati, il popolo, e non i governatori, i politici. E’ a questo punto che uno spettatore, seduto accanto a me, ha borbottato qualcosa sull’opportunità di spiegarlo ai politici italiani.

La stampa americana, e più in generale anglosassone, ha sempre fatto della propria oggettività, onestà, imparzialità, una bandiera. Nella tradizione americana la stampa libera svolge un ruolo di baluardo contro le ingiustizie perpetrate nei confronti del popolo e tale ruolo è sancito dalla costituzione stessa. Quando i giornalisti del Washington Post e del New York Times assistono all’udienza che decreterà la condanna o l’assoluzione nei loro confronti, i giudici scomodano addirittura i padri fondatori degli Stati Uniti d’America. Il protagonista, cioè il direttore del Post, che ha il volto di Tom Hanks, cita spesso il Primo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti che garantisce tra l’altro libertà di parola e di stampa.

“The post” è principalmente un film su questo, sul diritto della stampa di raccontare la verità al popolo, sul patto, disatteso, tra il popolo e i suoi rappresentanti, sulla santificazione dei giornalisti liberi e onesti ma anche sulla disamina di un difficile compito, che spesso li porta a intrattenere con i potenti rapporti di pericolosa e ambigua vicinanza. Al di là della smagliante interpretazione di due pilastri di Hollywood, Tom Hanks e Meryl Streep, “The Post” è avvincente anche perché finisce dove tutto comincia, con il caso Watergate, raccontato dal mitico film di Pakula Tutti gli uomini del presidente: la fine dell’innocenza per il governo degli Stati Uniti, il momento in cui il presidente Nixon si macchiò del peggiore crimine per insabbiare i propri misfatti e le menzogne raccontate ai figli dell’America, che nel frattempo continuavano a morire come mosche in Vietnam, solo perchè Nixon non intese retrocedere temendo di essere ricordato come responsabile della più umiliante sconfitta dell’esercito americano.

Di grande interesse è anche la parabola della Signora Katharine Graham, divenuta proprietaria del Post solo dopo il suicidio del marito.  Suo padre mise al comando del giornale il genero al posto della figlia, la legittima erede, poichè a quel tempo una donna non avrebbe avuto il diritto nè la capacità di ricoprire una posizione di vertice. Graham si dimostrò all’altezza della situazione, e qui parte i solito coro di “OOOOh” e “WoooooW”, ma affiora anche la domanda: quanti passi avanti hanno fatto le donne dai giurassici anni sessanta? Dove sono arrivate? Lontano? Ma lontano da dove? La verità, sulla questione del potere e del genere, si può dire? Ma questa è un’altra storia, e Spielberg forse la vorrà raccontare un giorno, chissà. Intanto, teniamoci caro questo film, magnificamente montato e diretto, con personaggi che infilano pugni di  monetine nei telefoni pubblici per rintracciare la “gola profonda” e impaginano i giornali con il piombo e il sudore, e auguriamoci che tutto questo non sia solo parte di un mondo che semplicemente non esiste più, ma sia un monito per la ricerca della verità, che ancora, da qualche parte, esiste e vuole essere trovata.

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