Vivere a Macondo

img_8165.jpgSi preparava un’altra estate Sudamericana. Le giornate si erano allungate tanto da suscitare un senso di soffocamento nei fotofobici e in altri disperati, tormentati da bizzarre patologie.

 

A quelle latitudini imperversavano i rondoni che a ora di cena e a colazione riempivano le orecchie con i loro striduli richiami. Era bello ricordare che esisteva un corso naturale delle cose oltre gli schermi che filtravano ogni esperienza ed emozione.

Il Paese era in campagna elettorale da mesi, forse da anni, o meglio da sempre. Gli attacchini erano un profilo professionale assai richiesto, esisteva anche un albo professionale per questo mestiere molto ambito. I giornali annunciavano disastri e annotavano nefandezze: la cosa peggiore che potesse capitare era la messicanizzazione del paese, cioè un insieme di corruzione e illegalità nelle transazioni commerciali, a fronte di una democrazia debole e di una classe dirigente impreparata.

Era difficile immaginare cosa aspettarsi, in realtà. Gli amanti del controllo erano in grave difficoltà. Ad esempio, quali erano le lingue del futuro da studiare: l’inglese, il cinese o il tedesco? Cosa conservare e cosa buttare dal guardaroba?

Il clima si era messo al passo: già dal mese di aprile erano cominciate le incursioni di aria molto calda alternate a rovesci improvvisi, soprattutto notturni. L’afa e le zanzare attraversavano le notti insonni e non c’era scampo dall’umidità che invischiava i pensieri, trattenendo solo quelli cattivi.

Così, pareva del tutto inutile lo studio e la lettura dei filosofi e dei pensatori vichinghi, posto che la pigrizia causata dal clima induceva a cupe riflessioni e a varianti infinite sul tema del vuoto. In questo senso l’approfondimento di qualche nichilista poteva tornare buono, ma non c’era niente di meglio che trasferirsi a Macondo, affittare un bilocale e trovare un ristorante a buon prezzo dove cenare ogni sera.

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