IL PIANETA DELLE GIOIOSE

greg-rakozy-38802-unsplashPic Greg Rakozy https://goo.gl/CBa5Bz

Amina si mise ai comandi covando un sentimento di delusione dopo l’esperienza sul pianeta nuziale. Il suo stomaco vuoto rumoreggiava: da un flebile borbottio il suono crebbe fino a divenire un acuto ululato, così Amina decise che la sua fame meritava soddisfazione.

Amina si mise alla ricerca del pianeta delle Gioiose, di cui aveva letto nella Guida alle Galassie Pressoché Inesplorate di H.G. Wilcox, astronauta e avventuriero che aveva a lungo vissuto dentro un WORMHOLE, arredandolo con buon gusto. Secondo Wilcox il pianeta delle Gioiose era abitato da rubiconde creature dal contegno matronale,  da lui descritte come assai disponibili e generose. Benché Wilcox avesse la pompa protonica inibita per eccesso di protezione dal reflusso gastroesofageo, il vorace avventuriero non si era privato di nulla, tantomeno delle grazie di chicchessia, che fosse o meno un’aliena.

Amina non ebbe difficoltà a imbattersi nel pianeta, seguendo le coordinate indicate da Wilcox, che era stato prodigo di informazioni sulla rotta, come se temesse di non ritrovare la strada.

Dopo aver svoltato a destra subito dopo il secondo ponte di Einstein Rosen, Amina si trovò di fronte un corpo celeste dall’aspetto assai invitante: in mezzo allo spazio profondo campeggiava un enorme bombolone, cosparso di zucchero a velo bianco. Da alcuni crateri, apparentemente sistemati a caso, fuoriuscivano colate giallastre, che Amina immaginò composte da crema liquida bollente. I vulcani sulla superficie traevano la propria linfa da un nucleo incandescente di zucchero, uova e latte, spontaneamente senza grumi. Il pianeta mostrava anche un esteso mare, dal colore bruno, fatto di cioccolata calda.

Amina si leccò i baffi, deglutì l’insapore saliva più volte fino al completamento dell’ammaraggio, e si precipitò fuori dall’abitacolo nella speranza di trovare quanto prima un buffet adeguato al suo appetito.

Quello che vide la lasciò interdetta: le Gioiose erano simili a grosse stelle marine, dotate di tre voluminosi seni sul davanti e da altrettante protuberanze nella parte posteriore. Si spostavano ballonzolando sopra ognuna delle propaggini a turno, scontrandosi tra loro con una certa frequenza.

“Stronza, guarda dove vai!”

Diceva una.

“Pista, pista, fatemi passare.”

Intimava un’altra.

“C’ero prima io.”

Avvertiva un’altra ancora, mentre tutte quante si muovevano qua e là senza una direzione, intente solamente a darsi fastidio.

Non c’era traccia di cibo.

“Ehm, scusate, vengo da un altro pianeta, ho fame.” Provò a dire Amina, attirando l’attenzione su di sé.

“Che ce ne importa, scusa, potevi portarti il pranzo al sacco, non siamo mica venute al mondo per sfamare te.” L’apostrofò una gibbosa in malo modo.

“Avevo sentito dire che siete creature generose e disponibili.”

“E chi te l’ha detto? – rispose la stessa che aveva parlato poco prima – Ah, deve essere stato quel paraculo a cui piaceva strofinarsi sulle nostre gobbe, ci faceva il solletico e ci inseguiva cercando di infilarci in bocca l’unico tentacolo che aveva, ma era così piccolo che ci riusciva a stento.”

Al solo pensiero di Wilcox le prosperose cominciarono a dimenarsi in maniera frenetica, sopraffatte da una gran ridarella, ma la loro ilarità non durò a lungo.

“Stai attenta deficiente, mi hai pestata!”

“Povera scema, non ci vedi?”

“Attenta che mi schiacci, spostati!”

Non passò molto tempo che ricominciarono a insultarsi e a minacciarsi a vicenda.

“E il mare di cioccolata? I vulcani alla crema?” S’informò sgomenta la viaggiatrice affamata.

“Che cioccolata? Quale crema?” Rispose l’echinodema, infastidita, poi rovesciò lo stomaco fuori dalla bocca e si attaccò a un dito di Amina, succhiando con forza.

“Ora capisco cosa aveva in mente quell’idiota di Wilcox.” Disse Amina a mezza bocca, mentre scrollava la mano per costringere l’aliena a mollare la presa.

“Gloriose e generose, eh?” Borbottò Amina tra sé, mentre percorreva a testa bassa il tragitto che la separava dal luogo dell’atterraggio. Sulla strada passò accanto a un cratere che vomitava un puzzolente e vischioso liquido biancastro, e capì che quanto aveva visto dall’abitacolo dell’Arguta era solo frutto di allucinazioni gastriche.

Se ne andò in fretta da quel luogo desolato abitato da scortesi tubi digerenti ambulanti.

Amina ripartì, tenendosi la fame e una buona dose di risentimento per l’insufficiente cronista della Galassia, che dimostrava di volta in volta la propria impreparazione e una notevole mancanza di senso pratico.

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