Tristi tropici

monsone1

“E quanto cazzo va avanti, questo monsone?” chiese lei, irritata, mentre guardava il muro d’acqua, seduta su una poltrona di pesantissimo legno scuro, fuori dalla porta della camera d’albergo.

“Che io sappia, almeno altri tre mesi.” rispose lui, con un sospiro muto.

Lei non replicò, ma il suo silenzio era gonfio e nero, almeno quanto le nuvole che li seguivano dall’atterraggio a Bangkok, dodici giorni prima.

“Fantozzi, siamo la famiglia Fantozzi.” ripeteva sua moglie, ad ogni goccia che sentiva cadere sulla pelle, preludio di un acquazzone che poteva durare venti minuti o venti ore, ma che puntualmente, ogni pomeriggio, pioveva sulla loro vacanza.

“Te lo dicevo io, che era meglio andare in Sri Lanka.”

“Ma anche lì piove un po’, d’estate.”

“Assolutamente no, la Lonely Planet dice che dal punto di vista climatico, le stagioni più secche in Sri lanka e quindi le migliori vanno da dicembre a marzo sulla costa occidentale, su quella meridionale e nella regione collinare, da maggio a settembre sulla costa orientale. Non è vero, inoltre, che non smette mai di piovere. Le scogliere possono proteggere le spiagge e rendere più piacevole fare il bagno in località come Hikkaduwa anche durante il monsone.”

Era incredibile. Poteva citare a memoria interi pezzi di guida, senza sbagliare una virgola. Ricordava a menadito nomi di località assurde dove erano già stati o dove stavano per andare, con una percentuale di errore pari allo 0,2% circa.

“E quindi, neanche oggi ci è dato di goderci un tramonto.” sbuffò lei, per un attimo distratta dal pensiero della vacanza abortita in Sri Lanka.

“Pare di no.” concluse lui, buttando un occhio all’orologio. In Thailandia faceva buio presto, e alle 18.30 il sole, sempre che splendesse in cielo, era già scomparso sotto l’orizzonte.

“Dove si mangia, stasera?”

“La Lonely Planet consiglia un ristorante vegano a pochi passi da qui.”

“Ma i bambini vogliono mangiare la pizza.”

“Quando torniamo in Italia potranno mangiare  la pizza tutti i giorni, ma finchè siamo qui si mangia locale.”

“I Thailandesi non sono vegani.”

“Beh, io sì.”

Lui pensò a cosa dire, ma non gli venne in mente niente.

“Anch’io ho voglia di pizza. Sono dieci giorni che mangio curry o insalate piccantissime.”

“Non è colpa mia se scegli sempre roba speziata. Dici poi che il piccante ti piace.”

“Mi piaceva.” borbottò, a mezza bocca.

“Cosa?”

“Niente. Li sveglio?”

“Perchè? Magari potremmo fare qualcosa nel frattempo.”

“Facciamo l’amore?” chiese lui, speranzoso.

“Ma no, sciocchino, dicevo di preparare gli zaini per l’escursione di domani, lo sai che partiamo all’alba.”

L’alba. Otto giorni all’alba, dicevano nei militari. Il tramonto non mi manca, ma l’alba, quella, non vedo l’ora che arrivi.

Tutte le notti sognava le pareti dell’ufficio, circonfuse dai colori del mattino.

“Faccio io la lista, poi te la leggo e tu infili le cose negli zaini, okay?”

“Sì, amore.”

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