Scrivere: una poetica

La vita dello scrittore è dura.

La verità è che non lo scegli, ti capita. DEVI scrivere, non puoi farne a meno. A volte passano anni prima di accettare che si è vittime di questa bizzarra sindrome. “Ho la scrittura, cazzo. Dottore, esiste una cura?”

Purtoppo no. In quanto donna, poi, è ancora peggio. Le donne, si sa, vengono al mondo per sposarsi, riprodursi, fare i lavori di casa, cucinare, stirare e al massimo per curare i vecchi. Figuriamoci scrivere. La maggior parte delle donne storicamente ha nascosto questo lato oscuro e si è imposta di reprimerlo con forza. Ma scrivere è una vita dentro la vita, una matrioska.

Quando scrivo non sono io, e infatti ho due profili facebook. Quando la natura chiama, non si può far finta di nulla. L’impulso a scrivere è come lo stimolo a liberarsi: se lo ignori, la pagherai. La smania può cogliere in qualunque momento: al bar, in cucina, al cinema, a letto, al lavoro, sotto la doccia, sulla tazza del water. Per questo, bisogna essere pronti, smettere subito quello che si sta facendo e precipitarsi a scrivere. A questo scopo, è utile disseminare fogli e penne in giro per la casa. Nella borsa ci dovrebbe essere almeno un taccuino, ma si può prendere appunti su ogni tipo di supporto, anche sul dorso di una mano, come si faceva a scuola.

A volte, quello che esce dalla penna è merda, per proseguire con la metafora scatologica. A volte, invece, è buono. Il buono si tiene, ma la cacca serve a concimare, non si butta mai. Dobbiamo amare i nostri escrementi, come fanno i bimbi piccoli, che ne vanno fieri. Dovrebbero essere tutti fieri e impegnarsi per produrre rifiuti di buona qualità: la merda è il nostro Prodotto Interno Lordo.

Ma non divaghiamo. La vita dello scrittore, dicevo.

Ci sono i concorsi letterari. Quelli a tema libero o semi libero sono i migliori. Per la verità i miei preferiti sarebbero i concorsi con il premio in denaro, ma sono come l’algoritmo di facebook: tutti sanno cos’è, ma nessuno l’ha mai visto. I peggiori sono i concorsi con un argomento fisso. Di solito, il tema è deprimente. Qualche esempio: “Il cammino”, “Il territorio di Abbiate Grasso e la sua produzione artigianale”, “La Notte”, “Il Giorno”, “Il Carnevale”, “La Resistenza”, “Urbanità Tentacolari”, “Le Ricette della zia Adelina”.

Cosa ne direbbe Virginia Woolf? Ed Ernest Hemingway?

Perchè non bandire un concorso letterario su: “Mille modi per uscire vivi da una trincea sul Piave”, “Liberarsi di un marito killer senza finire in galera”, “La rapina del secolo”, “Altre chiavi di lettura di un’inversione a U”.

In questo mondo ad alto tasso di tecnologia  quello che scarseggia è l’immaginazione. Ma per immaginare non basta rimuginare. Serve la follia. Siate folli, siate fulminati. Diceva così, il tizio con la barba? O era Babbo Natale?


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