LA RIVOLUZIONE SUL RED CARPET

L’ultima versione cinematografica della storia del ladro gentiluomo, che ruba ai ricchi per dare ai poveri, è “Robin Hood: l’origine della leggenda”. Il film, un guazzabuglio di riferimenti storici casuali, spunti narrativi mozzi, ridicoli stereotipi e analfabetismo visuale di ritorno, ha un unico motivo di interesse: l’approccio fashion alla rivoluzione. 

La trama è solo un pretesto per inanellare set fotografici: il videogioco di Robin Hood si svolge dapprima nel deserto ideologico di una casbah devastata, con bunker abitati da cecchini blu armati fino ai denti, poi in un Medioevo ricreato con la computer grafica, una Terra dei Fuochi infestata da cattivissimi potenti dediti al Sadismo Sociale.

IL CAST

Robin di Loxley, un signorotto che conduce un’esistenza agiata insieme a Marian, la moglie giovane e bella, viene strappato alle di lei braccia da una lettera di leva, che lo costringe a partire per le crociate. La lettera è inspiegabilmente firmata dallo Sceriffo di Nottingham, colpevole di tradimento tributario, ma oggettivamente incapace di organizzare una spedizione in Terra Santa.

In guerra il Soldato Robin si comporta da eroe, litiga con il sergente maggiore figlio di puttana, che uccide i prigionieri disarmati in spregio alla Convenzione di Ginevra, ma solidarizza con il nemico arabo, un Jamie Foxx tatuato, palestrato e disabile (perde una mano in battaglia). Taron Egerton, l’attore protagonista, è una baldanzosa mistura di Spider Man, Leo Di Caprio e un bradipo, per le sue scattanti espressioni facciali. La Marian (che ha perso il titolo nobiliare e non è che una popolana gnocca) è interpretata dalla figlia di Bono Vox, l’attrice irlandese Eve Hewson, inclusa nel cast per i bellissimi occhi blu, un décolleté parlante e per le sue doti recitative, naturalmente.

GLI INTERPRETI

Al rientro dalla guerra, Robin trova la casa sequestrata, la moglie sposata con un altro e il popolo vessato dal malvagio sceriffo. Grazie all’amico musulmano, quel Little John novello Apollo Creed che gli insegna come maneggiare l’arco e farne un’arma letale, Robin diventa un ladro provetto e trova la strada per i forzieri dello Sceriffo, pieni di soldi insanguinati frutto delle inique tasse.

Mentre si dipana questa avvincente trama, il pubblico ha il tempo di apprezzare gli abiti indossati dai personaggi: la giacca di pelle impunturata di Robin è tagliata a mano nientemeno che da Little John. L’amico non è solo personal trainer, ma anche stilista, e ci spiega che ne ha accorciato la foggia perché “lo rallentava”.

Lo Sceriffo di Nottingham veste un lungo trench di pelle azzurra sopra un gilet grigio fumo e pantaloni morbidi, di taglio classico. La Marian esibisce pezzi di pelle nuda, davanti e dietro, e sfoggia golfini colorati e maliziosi intrecci nelle ammiccanti tenute, valide per la fuga, ma anche per un eventuale rapimento.

Il clero esibisce enormi pendagli crociati tempestati di gemme preziose e gli interpreti incarnano l’immagine del prete viscido e pervertito, fatto salvo l’amico Fra’ Tac, che infatti viene scomunicato.

Tra inseguimenti alla Fast and Furious in salsa medioevale, concitati scontri a colpi di arco e frecce, esplosioni, fuochi appiccati, effetti pirotecnici, cavalli lanciati all’impazzata, efferate esecuzioni, furibondi pestaggi, salti nel vuoto e feste orgiastiche ispirate a Paolo Sorrentino ma senza Jep Gambardella, si giunge infine al gran finale: la rivolta fashion.

L’EPILOGO

I ribelli incappucciati, vestiti come Black Block in Armani Jeans e armati di bastoni e bombe molotov in vetro soffiato, affrontano celerini sormontati da elmi integrali e protetti da scudi in ferro battuto.

Robin Hood, che per tutto il film ha rubato migliaia di sacchi di denaro col viso nascosto dal fazzoletto del figlio morto di Little John, è un teppista edulcorato, un blu block un po’ patetico e infatti la moglie gli dà del cretino: “Chi credi di fregare con quel fazzoletto, si vede benissimo che sei te.”

Prima della battaglia, la Marian distribuisce a tutti i cappuccetti neri, perché quando si va a fare la rivoluzione, bisogna indossare la cosa giusta, prima di tutto.

In conclusione, il nuovo Robin Hood è un film indispensabile, perché mette la moda al centro dell’intreccio narrativo e soprattutto diffonde messaggi fondamentali: nelle banche ci sono i soldi, i ladri sono buoni, se vuoi una cosa prenditela, pagare le tasse è ingiusto, le donne sono belle ma un po’ zoccole, la rivoluzione si fa in felpa con il cappuccio, domani è un altro giorno ma soprattutto un altro film: “Robin Hood 2. Ritorno alla Foresta di Sherwood.”

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