Il buio in cui viviamo

“Amico” è una parola che ricorre nel testo di Bernard Marie-Koltès, La notte poco prima delle foreste, presentato da Pierfrancesco Favino nei teatri italiani. La parola resta appesa lì, nel nero delle quinte che circondano la scena.

Chi è l’uomo che parla, in quali strade risuonano i suoi passi, da dove viene? Sta cercando una stanza per la notte, dice che è capace di trasformare qualunque ambiente in una camera d’albergo, perchè solo così si sente a casa. Racconta che lavorava, ma non lavora più, perchè non vuole. Spiega che ha una sua teoria, il sindacato internazionale, qualcosa che unisca gli ultimi, i penultimi, insomma tutti quelli che non sono gli stronzi, cioè i padroni del mondo, dell’universo.

L’uomo scende dal palcoscenico, oltrepassa quell’invisibile confine che separa e semplifica. Sovverte le regole, parla il linguaggio della strada, descrive suo padre, un uomo di carne, sangue e muscoli. Le madri, invece, ti danno il sistema nervoso e poi ti abbandonano. Quelli come lui non sono come i fighetti italiani, che prima di picchiare devono parlare molto.”Noi picchiamo subito.” Spiega. Cosa sono tutti questi discorsi? Non si capisce quello che dice, eppure parla, parla, e ogni tanto piange e ride. Ride poco. Soprattutto piange, quando racconta della ragazza con cui ha passato la notte, sul ponte. Poi lei è scomparsa, non è tornata più. Lui l’ha cercata lungo i trentuno ponti della città. Ha scritto il suo nome sui muri: Mamma, si chiamava.

L’uomo ha bevuto qualche birra, forse è pazzo. Dovrebbe stare al manicomio, o in galera? Anche se lo capisce da solo che deve stare al suo posto: non può permettersi niente, nemmeno di guardare le donne, le bellezze che vede passare, così meravigliose da farti uscire di senno. Ci sono persone che impazziscono davvero, come la puttana del quarto piano o quella donna che mangiava la terra dei sepolti, al cimitero, e ne è morta. Incredibile, ridursi così, non ci si può fidare neanche delle puttane, eppure succede, succede a quelli che non hanno una stanza, non hanno un posto dove andare, quelli che devono spostarsi sempre più lontano per trovare un lavoro e dietro di loro non c’è che il deserto, che diventa ogni giorno più grande e sconfinato.

La pioggia cade, incessante, e c’è questa luce che ferisce gli occhi dell’uomo e di chi lo ascolta farneticare, in un italiano per stranieri, uno straniero strano con le lacrime agli occhi e la gola chiusa dalla disperazione che blocca le parole in bocca.

Ci si perde in un flusso di coscienza che trascina l’anima, chi ne possiede una, in un fiume che esonda e travolge tutto, persone, alberi, ponti, case. Non esiste una mappa per orientarci, per sapere dov’è lui, dove siamo noi. Siamo a Roma, Napoli, Genova, Brindisi, Palermo? Come si torna a casa? E se qualcuno ci deruba sulla metro, com’è successo all’uomo? Nessuno gli ha creduto, nessuno lo ha aiutato. Anzi, lo hanno picchiato e lasciato lì come un cane. Come accade di trovarsi nella notte poco prima delle foreste? Ti ci mandano? E’ per qualcosa che hai fatto, per un reato che hai commesso? O ci nasci , nelle foreste?

Straniante, perturbante, agghiacciante, LA NOTTE POCO PRIMA DELLE FORESTE è uno spettacolo che si prende come una medicina cattiva, perchè ti fa stare peggio di prima.

Una stanza, io ce l’avrei.

Ma l’uomo se n’è andato, inghiottito dal buio e dalla pioggia.

Compagnia Gli Ipocriti Melina Balsamo presenta PIERFRANCESCO FAVINO in La notte poco prima delle foreste di Bernard-Marie Koltès. Traduzione Crico – Favino; adattamento teatrale Pierfrancesco Favino; luci Marco D’Amelio; foto Fabio Lovino; sound designer Sebastiano Basile. Regia di Lorenzo Gioielli.


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