Andy Warhol: uno di noi?

Esco dalla mostra allestita a Palazzo Albergati a Bologna Andy Warhol and friends: New York negli anni ’80 abitata da sentimenti contrastanti.

Da un lato, so di aver vissuto un momento storico che ha cambiato il significato di parole come arte, intrattenimento, moda, sesso, libertà. Negli anni Ottanta ero un’adolescente. Non abitavo a New York ma in una Small Town della periferia a est dell’Eden. Non ero nessuno, ma anch’io ascoltavo Patti Smith, Lou Reed, The Smiths, Siouxie and the Banshees che vidi addirittura in concerto. Ricordo benissimo quante persone, anche molto vicine, si distruggevano con l’eroina e come l’irrompere dell’AIDS cambiò completamente lo scenario e le relazioni stesse tra le persone. Insomma, tutto questo non è per me leggenda, o storia, o finzione, o arte, ma vita vera. Gli anni della mia formazione come essere umano, li immaginavo diversamente. Avrei voluto trovare nella mostra vista a Bologna quell’attenzione filologica, quella professionalità e quella precisione che si concede ai grandi artisti e alle opere d’arte immortali, ma tutto questo non c’è, nell’allestimento di Arthemisia.

Warhol and friends ha un approccio inquinato da eccessiva approssimazione e da troppi luoghi comuni sugli anni Ottanta – la Pop art, i Vip, le modelle, la Factory, i tossici, i gay, le lesbiche – oltre a essere respingente per la scelta dei curatori di costringere il pubblico in spazi ristretti e stranianti, dove si accavallano installazioni video e sonore insieme a opere visuali, senza lo spazio sufficiente per goderne. E i friends? Purtroppo erano quasi finiti: di Haring e di Basquiat non ci sono che una manciata di opere.

Non esiste un catalogo della mostra e nemmeno un straccio di brochure da portarsi a casa e tenere in un cassetto per qualche mese.

La parte migliore è quella relativa alle foto scattate da Warhol con la Polaroid, di cui era un fanatico. Peccato che le foto siano esposte in un passaggio stretto e lungo, sacrificate in un budello, perchè tanto sono piccole e bisogna guardarle da vicino. Ridicola la sezione delle artiste definite “femministe”, neanche una decina di opere, ma sbandierate con eccessiva enfasi, dato l’esiguo apporto.

Il gran finale, con la sedicente riproduzione dello Studio 54, una stanzetta buia dove si mostrano in loop pezzi di video stranoti di Cindy Lauper e Michael Jackson, mi ha fatto pensare di essermi sbagliata: avrei dovuto lanciarmi in un karaoke spontaneo, perchè ero venuta per questo, no? Warhol per il mercato italiano prevede di mostrare qualche culo qua e là, il ritratto di Agnelli, e un ammasso di reperti di scarsa importanza che danno l’idea che qualcosa deve essere successo, ma forse ce lo siamo dimenticato, nei fumi dell’alcol.

Ma c’è sempre da imparare, soprattutto dagli errori. Una mostra da vedere assolutamente, per decidere se ci fosse o no ben altro da dire, sugli anni più crudeli e spietati mai vissuti sul pianeta Terra.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...