Sorridere stanca

Sorridere, non è mai stato scontato.

All’inizio, il sorriso era la norma. Fiduciosa e soddisfatta, zampettava per il mondo inseguendo la coda di un cane, convinta di piacere a tutti.

Crescendo, capì che il suo sorriso era un dono prezioso, e non tutti se lo meritavano.

Smise presto di sorridere ai grandi, che non avevano tempo per lei, sempre indaffarati in qualcosa di più importante, di più urgente.

Non sorrideva ai preti, intenti a pregare un Dio altrettanto distratto.

Dopo i primi contrasti, tolse la visione della sua gioia anche ai maschi, per lo più incapaci di interloquire, salvo rare eccezioni.

Al termine di un periodo eccezionalmente serio, ricominciò a sorridere.

Quando era da sola, senza farsi scoprire, sorrideva ai gatti sdraiati al sole e loro rispondevano, socchiudendo gli occhi e alzando il mento. Così venne a sapere che si sorride con gli occhi, non con la bocca.

Sorrideva ai fiori, soprattutto alle imbranate violette e alle scontrose rose.

Anche alla Luna sorrideva alquanto, la luna gentile che non ferisce lo sguardo con la sua luce intima e setosa.

Con calma e circospezione, architettava nella notte nuove giulive strategie, perché al sorriso sconsiderato non trovava valide alternative.

In questa ricerca, tentò di trovare sorrisi sinceri nei volti degli altri, senza troppo successo. Vedeva le labbra incresparsi, mentre le sopracciglia restavano immobili. Ma se non erano sorrisi, quelli, che cos’erano?

Sapeva che il suo sorriso nasceva dietro le orecchie ed era come un solletico che si irradiava su tutta la faccia, riverberandosi al centro dell’iride. In pratica, faceva un giro inverso.

D’altronde, non poteva rallegrarsi senza fiducia, senza comprensione.

Poi imparò a leggere.

Cominciò a trovare i sorrisi dentro le storie che leggeva. Quell’allegria la contagiava e poteva goderne senza rischi. Scoprì che preferiva mille volte la gioia alla tristezza.

Amava i personaggi ironici e burloni, e restava volentieri nelle pagine dove gli amici erano dolci con i compagni e gli scherzi non finivano sempre in rissa.

Ormai l’oscurità era vinta, sconfitta dalla luce sprigionata dalle storie. Poteva vagare nel Buio da sonnambula o avventurarsi nello Splendore accecante del mezzogiorno, ma sempre un libro le avrebbe indicato la strada in mancanza di altri segnali. I libri erano mappe. Ci si poteva fidare dei libri.

Da allora si addormenta ogni sera con una storia in grembo. I suoi sogni sono stampati sopra una ragnatela e cuciti con crine di unicorno.

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