Un temperamento invernale

Era una bella donna.

Non si può dire che non lo fosse, ma c’era in lei qualcosa di sbagliato, di disarmonico. Non era una di quelle persone che attraversano la strada come se dividessero le acque del Mar Rosso: parlando al cellulare sembrano promettere accordi ragionevoli e patti col Demonio. Hanno frangette perfettamente allineate con il disegno delle sopracciglia e indossano cappottini del colore giusto.

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Farsi un viaggio

A quei tempi lavoravo in una libreria.

I librai tendono a dividersi in due categorie: i depressi e gli schizzati. In quel periodo ero depressa, ma data la mia natura bipolare non ne facevo un dramma. La verità è che spesso mi annoiavo, soprattutto nella fase maniacale. Quello del libraio è un mestiere tranquillo, se non ti importa veramente di vendere libri, si capisce.

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Altezze

Quand’ero una ragazzina amavo sporgermi e guardare la città dalle altezze.

Salivo sul tetto della mia casa, una terrazza dove albergavano solo i camini e che era circondata da un bordo in cemento e catrame. Io scavalcavo il recinto di metallo, le sbarre mangiate dal vento e dal sole, arrugginite dalla pioggia d’inverno, e mi sedevo sul bordo. Lasciavo cadere le gambe oltre il confine della casa, a circa quaranta metri da terra.

Passavano le ore guardando in basso, le case diventate casette, vedevo appena muoversi in strada le persone che tornavano a casa nella luce crepuscolare del tardo pomeriggio. Lo facevo d’estate.

Vicino all’ora di cena, la colata di catrame, scaldata dal sole, raggiungeva una temperatura gradevole sotto le cosce. La luna transitava pallida sopra la mia testa, non lontana attirava i pensieri sconclusionati e molli.

Osservavo i miei piedi penzolare nel vuoto come se non mi appartenessero. Ero io un vuoto da riempire, appena abbozzata, simulavo drammi che non si lasciavano scrivere, per mancanza di parti e testo.

Il cielo, solo quello, era reale.