L’Hotel Rimini

Le mattine d’estate cominciano presto.

Mia madre compra pane e bomboloni, poi scende in spiaggia, non oltre le otto e e mezzo.

L’aria fresca mi pizzica le braccia, mentre trasporto il secchiello con i giochi fino al bagno numero 89.

“Vado a raccogliere le conchiglie per il mio castello.” dico a mamma, che sferruzza sotto l’ombrellone.

Calpesto la sabbia bagnata alla ricerca di tesori, finché lo vedo: un enorme relitto, con un’insegna che dice “Hotel Rimini”.

Attraverso la passerella, entro.

L’interfono continua a chiamare una bambina con un costumino rosso.

I suoi genitori l’aspettano dal 1974.

Persa nella Publifono.

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In ascolto

Di notte, nel silenzio, sento dei rumori.

Non so se sono ratti, o fiori

che crescono incastrati dentro i muri.

Scricchiolano e cigolano,

tremano nel buio,

sporcano i pensieri, imbrattano la mente.

I rumori si insinuano, grattano e frugano,

ricoprono tutto, come peli di gatto.

Io, con questi rumori, ci parlo.

Non li capisco, ma so che cambiano le parole,

dalla notte al giorno.

Possono gridare o sussurrare,

ma sempre quei rumori

mi fanno ricordare

che siamo le macchie sui muri

che vengono e vanno

con un colpo di spugna.